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Altri sguardi: opinioni, attualità e riflessioni
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sommario
affido: fare
affido: capire
affido: riflettere
affido: dare
affido: fonti
1. Affido etero-familiare: fare.
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Aspetti
generali. L’affido familiare è un provvedimento temporaneo
mediante il quale un minore viene accolto presso una
famiglia, o ad una singola persona, nel caso in cui
la famiglia di origine sia in una fase di difficoltà
e non riesca a garantire il soddisfacimento dei bisogni
del minore. I motivi per cui viene generalmente adottato questo
provvedimento sono legati ad una malattia, alla detenzione,
a motivi di tossicodipendenza o di ordine educativo,
che possono realizzarsi in casi di molestie sessuali
da parte di familiari. L’istituto è regolamentato dalla
Legge n.184 1983 come modificata dalla Legge n.149 2001. Nel caso in cui non sia possibile a procedere all’affidamento
familiare il minore in stato di necessità, può essere
affidato a comunità. In questi casi si parla di affidamento
di minori in strutture. La Legge 28 marzo 2001, n. 149
ha decretato la chiusura degli orfanotrofi al 31 dicembre
2006. Pertanto, per questi casi di affidamento, la legge
attuale prevede che il minore venga accolto in strutture
di tipo familiare, come le case famiglia.
Caratteristiche. L’affido familiare può essere:
giudiziale, nel caso in cui sia disposto dai servizi
sociali e adottato tramite un provvedimento del giudice
tutelare;
consensuale, nel caso in cui sia condiviso e approvato
dai genitori.
Nel caso di affido consensuale il dispositivo può
contenere indicazioni per cui si abbia un affido part-time,
limitato cioè ad alcune parti della giornata, o ad alcuni
giorni della settimana. L’affido si distingue anche sulla base delle famiglie
affidatarie in:
affido a familiari, nel caso gli affidatari siano
familiari entro il quarto grado di parentela;
affido a extra-familiari, nel caso non vi sia legame
familiare tra il minore e la famiglia affidataria.
Le caratteristiche di questo provvedimento sono:
la temporaneità – l’affido familiare non è definitivo
e il minore, a differenza dell’adozione, non ha lo status
di figlio;
il mantenimento dei rapporti con la famiglia di
origine – il legame genitoriale non viene modificato;
rientro del minore nella famiglia di origine –
al termine della fase che impediva alla famiglia originaria
di occuparsi del figlio questi torna a farne parte.
Affido sine die.
L’affido è caratterizzato dall’essere un provvedimento
temporaneo, la cui durata non dovrebbe superare i due
anni, nel caso dell’affido consensuale, o comunque il
periodo temporale indicato nel provvedimento del tribunale,
nel caso di affido giudiziale. Nella pratica, spesso
accade che non si realizzino le condizioni per cui il
minore possa rientrare in famiglia, per cui un affido
consensuale si trasformi in giudiziale, o che un provvedimento
di affido giudiziale venga reiterato, rendendo di fatto
l’affido un fatto non più temporaneo ma duraturo nel
tempo. In questi casi si parla di affido sine die.
I dati e i dispositivi dell’affido in Italia.
Con affidamento familiare si intende l’accoglienza
di un bambino i cui genitori abbiano delle momentanee
difficoltà e necessitino di aiuto. In questi casi si
garantisce al bambino una situazione serena, all’interno
di una famiglia affidataria, e parallelamente si avvia
un percorso di aiuto alla famiglia di origine, finalizzato
a ricreare una situazione di serenità per il bambino
preparando un suo più o meno graduale rientro in famiglia.
L’affidamento può essere consensuale o giudiziale.
Nel primo caso la durata è stabilita al massimo in due
anni, è rinnovabile dal Tribunale dei Minori ed è un
accordo tra servizi sociali, famiglia di origine e famiglia
affidataria. L’affidamento giudiziale è invece deciso
dal Tribunale e cessa quando vengono meno i presupposti
che lo hanno determinato. Contrariamente all’adozione,
possono accedere all’affidamento anche i single e non
ci sono limiti di età. In casi speciali dall’affidamento
si può passare all’adozione, all’adozione mite o all’affido
sine die.
L’affido sine die non rientra nell’ordinamento giuridico
italiano, ma è quella situazione di fatto per cui un
bambino in affidamento non può rientrare nella propria
famiglia di origine e, pur mantenendo rapporti con uno
o più familiari, resta nella famiglia affidataria sino
al compimento della maggiore età. Questa situazione
si verifica di fatto per circa la metà degli affidamenti.
Il tribunale di Bari ha tentato di dare, in via sperimentale,
una veste giuridica a questa situazione, con il nome
di “adozione mite”2.
Anche l’adozione speciale a volte non recide i rapporti
con la famiglia d’origine: il ragazzo legalmente risulta
nato dai propri genitori naturali e adottato dai genitori
adottivi e perciò figlio adottivo a tutti gli effetti.
E’ però facoltà del tribunale permettere o meno incontri
con i genitori naturali, dei quali rimane erede. L’affidamento
internazionale, infine, non esiste come norma giuridica.
Con questo termine si usa intendere l’ospitalità temporanea
dei bambini provenienti dall’estero per motivi di studio,
di vacanza o per cure mediche.
L’affidamento familiare rimane socialmente un risorsa
importante la cui applicazione torva spesso difficoltà
per inappropriata gestione dei servizi in alcune zone
d’Italia, per insufficiente preparazione delle famiglie
affidatarie, per la cattiva prassi di usare l’affido
come surrogato all’adozione (quindi spostando il bisogno
dal minore che cerca famiglia alla coppia che cerca
un figlio). Gli interventi a livello regionale sono
stati spesso di grande rilevanza, soprattutto nel Nord
Italia, ma anche al centro (recentemente, luglio 2009,
la Regione Lazio ha stanziato 6 milioni di euro per
sostenere l’affidamento familiare).
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2. Affido etero-familiare: capire.
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Aspetti generali. Per capire l’affido dobbiamo capire
la sua differenza nella pratica con l’accoglienza e
con l’adozione. Adozione ed affido sono due processi
di solidarietà e di tutela verso i minori che hanno
un ruolo sociale importante, ma diverso e non sovrapponibile.
Per fare una analisi di confronto si deve partire dalla
legge, ma anche dalla prassi e dalle derive comportamentali
che mezzi di informazione, opinione diffusa e operatori
talora compiono. La legge è molto chiara nel definire l’adozione e
l’affido: nel primo caso il minore diverrà di fatto
figlio della coppia adottiva a tutti gli effetti, nel
secondo caso si chiede un intervento temporaneo di tutela
con un lavoro per favorire il rientro dal minore nella
famiglia naturale.
Queste definizioni lapidarie cozzano però contro
una pratica e una realtà di situazioni:
grande numero di famiglie che chiedono l’adozione
di minori in tenera età
grande numero di minori problematici (adolescenti,
portatori di disabilità, di etnie differenti, ecc.)
in condizione di adozione che non trovano famiglia adottiva;
piccolo numero di famiglie affidatarie disponibili
rispetto ai casi da risolvere.
Questo stato di cose determina situazioni di deriva
comportamentale professionale/umana e per difficoltà
oggettive nel provvedere alla tutela:
elevato numero di minori di età pre-adolescenziale
e adolescenziale in strutture protette con necessità
di ricorrere a “sine die”(ovvero affido di cui non si
prevede a priori un ritorno nella famiglia naturale);
elevato numero di casi di insuccesso dell’adozione
e ritorno del minore nel comparto dell’affido per garantirne
la tutela;
elevato numero di coppie senza figli che si rivolge
all’affido dopo aver sperimentato con insuccesso la
via della adozione;
operatori che, visto lo scarso numero di minori disponibili
per l’adozione, invitano impropriamente le coppie a
convergere verso l’affido.
La legge è chiara: compito primario degli operatori
è la tutela del minore. Il programma di tutela comincia
con un approfondito esame della coppia che dovrà tenere
il minore presso di sé per sempre o per un periodo determinato.
I parametri di selezione ai quali l’operatore deve fare
riferimento sono gli stessi sia per la coppia adottiva
sia per quella affidataria:
L’affettività e la maturità affettiva, la risonanza
emozionale dell’individuo, la capacità di tenerezza,
di comunicazione e di contatto.
La capacità dell’individuo di interagire con il mondo
esterno.
La facilità ai rapporti a qualsiasi livello di età.
L’atteggiamento positivo verso le cose nuove e la
duttilità.
L’autonomia intesa come raggiungimento della maturità
sia nelle capacità decisionali, sia nell’assunzione
di responsabilità, ma soprattutto nella indipendenza
personale basata sull’autostima, che permette di difendere
le proprie scelte.
Sia per l’adozione che per l’affidamento, l’operatore
deve approfondire le motivazioni alle due scelte differenti
sul piano sostanziale e gestionale. Infatti, se molte
possono sembrare le analogie, in realtà sono profonde
le differenze. Mentre i genitori adottivi desiderano
innanzitutto un figlio “proprio”, gli affidatari si
offrono per avere temporaneamente cura di un bambino.
Il fine dell’affidamento non è quello di avere un bambino
“proprio”, ma quello di ricondurlo al suo nucleo originario,
dopo aver rafforzato e stimolato la sua personalità
con un “rafforzamento dell’io” e avergli dato l’apporto
di identificazioni genitoriali positive o aver ottenuto
un effetto terapeutico.
Per poter ben operare gli affidatari debbono possedere
una istintiva fiducia nelle potenzialità e nelle capacità
di cambiamento di un bambino che ha sofferto, e saper
creare con lui un rapporto valido, ma non esclusivo
(come invece si verifica con le adozioni). In questo
senso sono senz’altro da preferire per l’affidamento
le famiglie con i figli propri a patto che la decisione
sia condivisa da tutti i componenti del nucleo familiare.
Ai genitori affidatari si chiede di fare semplicemente
da papà e da mamma temporanei, ma anche di avere una
maturità sociale e una disponibilità differente rispetto
a quella che si riscontra nelle adozioni, nelle quali
si lavora sul senso innato di avere un figlio “proprio”.
Continuando nelle analisi delle differenze, se da
una parte la coppia adottiva deve sempre tenere presente
che il figlio adottivo porterà con sé tracce del trauma
dell’abbandono, avremo per il bambino affidato quello
dell’angoscia legata alla separazione, che non è mai
definitiva e che si ripropone continuamente. In ambedue le forme di genitorialità non naturale,
i nuclei familiari debbono essere capaci di accettare
il “passato” del bambino, precedente al suo inserimento
in famiglia, e debbono essere capaci di rispettare la
sua “storia”, ma anche qui la differenza è enorme perché
mentre il “passato” dell’adottato è un evento concluso,
il “passato” di un bambino in affido rappresenta, in
un qualche modo, anche il suo futuro.
Agli affidatari, come agli adottivi di minori grandicelli,
si chiede di essere così equilibrati da saper sopportare
meccanismi regressivi, di rifiuto, di provocazione o
di adattamento passivo del bambino stesso. Agli affidatari
si chiede anche di sopportare la contemporanea aggressività
della famiglia di origine e che sia consapevole del
suo ruolo equilibratore, in modo da consentire al bambino
che ha accolto, la possibilità di continuare ad accettare
ugualmente le due famiglie, le due madri, i due padri,
senza sentirsi costretto a rifiutare una delle due per
scegliere l’altra.
Negli affidi e nelle adozioni, le maggiori difficoltà
sono legate alla previsione di quel che accadrà con
l’ingresso del minore nella nuova famiglia. Per l’adozione
il lavoro degli operatori si conclude con l’inserimento
definitivo del bambino (salvo esplicite richieste);
per l’affidamento il lavoro continuerà perché la famiglia
affidataria dovrà essere seguita e sostenuta nel suo
compito.
Concludendo, per le ragioni sopra riportate contestiamo
quegli operatori che con superficialità convertono le
domande di adozione non esaudite, in domande di affidamento
familiare. Questa deriva professionale rimane quella
che è: una operazione professionalmente a rischio permeata
di molte incognite. A nostro avviso, l’operatore potrà
vagliare questa ipotesi solo dopo aver compiuto attente
valutazioni in regime di eccezionalità di condizioni,
con la consapevolezza che quella famiglia andrà nuovamente
e lungamente preparata e poi seguita con un lavoro più
attento del solito.
Aspetti specifici. L’affidamento familiare rappresenta
una preziosa opportunità, all’interno di un ventaglio
più ampio di interventi psico-sociali a favore della
famiglia che spaziano dal momento preventivo, all’animazione
e alla socializzazione, al sostegno, al trattamento
specialistico, in grado di ridurre al minimo il ricorso
all’istituzionalizzazione dei bambini.
Da quando si è caratterizzato come istituto giuridico
questa forma di aiuto ai minori che vivono in famiglie
temporaneamente in difficoltà, è diventata uno strumento
cruciale di tutela, recupero e promozione. Una risorsa
dalle grandi potenzialità ma anche da “maneggiare” con
cautela per la complessità e delicatezza, per la pluralità
degli attori, per la sua intrinseca intensità emotiva.
L’affidamento familiare consensuale (quindi non giudiziario)
presuppone un’integrazione delle cure che il bambino
riceve dai propri genitori con quelle offerte da un’altra
famiglia, in una casa diversa dalla propria. Due famiglie,
quindi, condividono la responsabilità di base qual il
sostentamento, la protezione, la socializzazione e l’educazione.
Per definizione l’affido è un intervento temporaneo,
salvo eccezionalità. Inoltre, l’affido è un intervento
traumatico e può:
Potenzialmente apportare novità, crescita e arricchimento,
ma essere anche stressante e doloroso;
Essere in molti casi il male minore, che tuttavia
va, dove possibile, prevenuto per la salvaguardia del
diritto del minore ad avere in primis la sua famiglia.
L’affido è uno strumento sofisticato e ha:
Un progetto e una gestione complessi con precise
indicazioni e controindicazioni;
Necessità di una pluralità di figure preparate e
integrate per dare risultati stabili.
Significato di alternativa alla famiglia naturale
e che deve prevedere il suo recupero.
Il limite, per le assistenti sociali, di un uso assistenzialistico
che lascia inalterate le difficoltà di fondo.
Il limite, per gli psicologi, di una prassi caratterizzata
dalla routine, con continue tentazioni di fuga dal lavoro
“sul territorio”, verso la psicoterapia privata, vista
come unico contesto in cui sia possibile la creatività
e la sperimentazione.
La delicatezza dell’istituto dell’affido coinvolge
fortemente la famiglia affidataria, e questo è bene
che si capisca sin dall’inizio. L’affido come l’accoglienza
si basa su tre rischi: del provvisorio, del casuale
e dell’emergenza. Nel caso dell’affido, tuttavia, si
hanno più profonde implicazioni. Bauman ha dimostrato
come esista nell’affido un aumento di drammaticità sino
ad una assunzione di responsabilità che assomiglia alla
nascita di un figlio. Un aspetto che per alcuni lati
si rivela pericoloso perché si tratta pur sempre di
un bambino figlio d’altri e una radicazione affettiva
ed emotiva così profonda può sconvolgere la stessa natura
dell’affido.
La famiglia affidataria rappresenta una soluzione
per numerosi casi di multi-problematicità familiari
dei nuclei di origine per quel che concerne i compiti
di cura e di educazione dei minori ma fondamentale per
i minori, in quanto valida alternativa a istituti e
comunità che, per quanto cerchino di riprodurre il calore
e i significati della funzione genitoriale, ne rappresentano
solo dei meri sostituti. Tuttavia le famiglie affidatarie
non sono esenti da difficoltà e fragilità a partire
dalle motivazioni che le portano a formulare un progetto
di generatività sociale. Infatti, tali famiglie offrendo
la loro disponibilità ad accogliere un minore, possono
esprimere indirettamente anche bisogni legati a dinamiche
familiari e relazionali, che non sempre collimano o
trovano risposta nel comportamento altruistico legato
all’esperienza dell’affido. Inoltre, le famiglie affidatarie si trovano ad affrontare,
accanto ai compiti evolutivi genitoriali tradizionali
nei confronti dei figli biologici, un insieme complesso
di compiti evolutivi propri della famiglia affidataria
che si possono articolare nel:
condividere il progetto di affido con i figli naturali,
in rapporto all’età, con le proprie famiglie allargate
e il proprio contesto relazionale;
curare l’inserimento del minore all’interno del nucleo
familiare, bilanciando attenzioni e risorse fra i figli;
sviluppare una relazione genitoriale, attraverso
un legame che dia al minore anche lo spazio di elaborazione
del rapporto con la famiglia di origine, inserendosi
nella dinamica emotiva del figlio «tra due famiglie»,
e cercando, per quanto possibile, che egli possa accettare
e comprendere la propria famiglia naturale o/e l’eventuale
vissuto problematico con essa;
rapportarsi in modo equilibrato con la famiglia naturale
del minore, laddove sia possibile o richiesto;
rapportarsi con i servizi da cui trarre sostegno
e guide per le problematiche legate al minore affidato
e alle dinamiche familiari che si sono create e per
i rapporti con il minore in relazione alla sua famiglia
naturale;
rapportarsi con la rete di famiglie affidatarie che
rappresenta una risorsa per quanto riguarda la possibilità
di confrontarsi sulle specificità dell’esperienza dell’affido;
separarsi dal minore, che rappresenta un compito
eccezionalmente delicato, durante la fase di distacco/allontanamento
dal nucleo familiare affidatario, sia nel caso di rientro
nella famiglia naturale, sia in un processo di accompagnamento
ad una autonoma adultità.
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3. Affido etero-familiare: riflettere.
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Aspetti generali. Nell’accogliere entriamo in un
mondo sconosciuto in cui tutte le relazioni devono essere
sperimentate personalmente. Nella nostra società, organizzata
ed efficiente, molti compiti che una volta si riflettevamo
sui genitori sono oggi delegati, anche se impropriamente:
esiste il rischio della delega, rischio subdolo in cui
nel frenetico vivere spesso si incorre. Un esempio.
La scuola educa, ma questo non significa che i genitori
per questo sono esonerati dalla cura all’educazione
dei figli. Ancora, alla sanità abbiamo delegato la salute
dei nostri figli, ma non ci esime dalla loro cura per
il loro benessere, E ancora, la tata ci sostituisce
quando noi non possiamo essere presenti con i nostri
figli, ma non ci solleva dallo svolgere i compiti primari
della mamma e del papà. Il rischio della delega comporta
anche derive…che fanno dire: “il tempo che dedico a
mio figlio è poco ma è altamente qualitativo”. Frase
infelice e presupponente perchè il figlio ha proprio
bisogno del tuo tempo, della tua dedizione, della tua
cura, nei silenzi, nel conversare quieto senza limiti,
nella presenza attiva e passiva. prima di intraprendere
un cammino di accoglienza, qualsiasi esso sia, è necessario
fare un bilancio del nostro tempo e delle nostre priorità:
i nonni non bastano, le tate non bastano, la scuola
non basta, le attività sportive o sociali non bastano…….
Nell’epoca del navigatore satellitare può essere
ancora vitale riscoprire la dimensione delle mappe,
scrutate con trepidazione e provvisorietà; noi che pensavamo
di costruire la genitorialità come un’autostrada avremo
la sensazione del labirinto, delle svolte e degli incroci,
gli snodi che rendono autentico ogni istante del nostro
viaggio con il bambino e l’adulto accolto perché l’imprevisto
non è ciò che si sottrae a ogni calcolo, ma ciò che
accade.
Affidamento vuoi dire infatti entrare in rapporto
con tutto “l’altro” che il bambino presenta come storia
individuale e familiare; vuoi dire entrare nel suo mondo
per cercare di comprenderlo e non per giudicarlo. È
un’esperienza che va in direzione diametralmente opposta
a quella del possesso. "L’affidamento familiare è sempre un trapianto e
come tale può provocare anche reazioni di rigetto“.
La psicologa Vittoria Sanese è molto esplicita nel mettere
in guardia le famiglie dalle possibili reazioni psicologiche
imprevedibili che possono scattare nel momento in cui
fanno un’accoglienza al loro interno.
L’esperienza conferma questa problematicità che deve
indurre non a rinunciare alla scelta, ma semmai a prepararsi
con scrupolo ed a ricercare e pretendere le relazioni
ed il sostegno giusti. Tra i rischi principali, ben noti a chi ha ormai
una lunga esperienza in materia, c’è una eventuale motivazione
sbagliata, quali una speranza di risposta a problemi
personali o della famiglia, una motivazione solo sociale
o la ricerca di soddisfazione. Queste motivazioni da
sole sono pericolose per sé e per chi è accolto e non
bastano se non sono accompagnate da una presenza chiara
di sentimenti originari fondamentali che debbono essere
alla base della famiglia, sempre, in tutte le sue relazioni
interne e non solo in caso di accoglienza di un nuovo
membro proveniente dall’esterno. Sentimenti fondamentali
quali l’amare, onorare ed accettare l’altro per quello
che è e non per quello che vorresti.
La famiglia affidataria deve sempre stare in guardia
dai rischi di sentirsi onnipotente e capace di affrontare
tutte le situazioni; di vedere la famiglia d’origine
come pericolo; dal gravare l’affidato di attese e missioni
troppo onerose come il volerne un recupero repentino
e totale o pretendere di recuperare attraverso di lui
propri fallimenti e frustrazioni. Non è né opportuno né utile cedere alla tentazione
di caricare di un eccesso di interventi l’affidato.
L’efficacia non sta negli interventi che a volte rendono
infelice l’accolto, ma “è la struttura in sé della famiglia
che libera e l’educazione e la formazione avviene per
osmosi e non per intervento o attraverso le parole”
(che peraltro incidono nella comunicazione per non più
del 5%).
L’affidamento è dunque l’affermazione di un diritto,
quello di “salvare” un bambino con la sua famiglia,
in attesa di un cambiamento di quest’ultima. In quest’ottica
diventa compito della società sostenere le famiglie
affidatarie perché, attraverso la creazione di legami
solidali, danno forme concrete a un nuovo modello familiare
in grado di reggere le sfide della società complessa.
Aspetti specifici. Data l’importanza del ruolo che
la famiglia affidataria riveste è interessante comprendere
le dinamiche e il funzionamento di tale tipologia familiare
che potrebbero in alcuni casi esacerbare i problemi
comportamentali ed emotivi dei bambini in affido, così
come risulta rilevante indagare comportamenti e soluzioni
che potrebbero prevenire e mitigare problematiche future.
I parametri da valutare nell’esperienza di affido
sono: il comportamento genitoriale, il clima e il funzionamento
familiare e coniugale. Inoltre, un’area di estremo interesse
per comprendere il funzionamento delle famiglie affidatarie
è quella legata ai rapporti tra il minore in affido
e gli altri figli naturali della coppia e ai significati
che questa esperienza riveste per la famiglia e per
l’individuo.
Le famiglie affidatarie si caratterizzano come composte
da una coppia coniugale in cui nella maggioranza dei
casi gli uomini hanno un’età compresa tra i 36 e i 45
anni, mentre per le donne l’età si abbassa leggermente.
E’ possibile ipotizzare che gli affidatari si sentano
pronti ad affrontare il percorso dell’affido in una
fase più avanzata del ciclo di vita, quando si è raggiunta
una maggiore stabilità lavorativa e per questo le energie
sono meno focalizzate sull’affermazione sociale del
sé, e vi può essere anche lo spazio per l’apertura verso
il sociale. Molte coppie, infatti, affrontano l’affido
in presenza di figli naturali abbastanza grandi al fine
di poter dedicare energie fisiche ed emotive al nuovo
arrivato. Inoltre, la presenza di «fratelli» più grandi
può’ aiutare il bambino affidato a non sentirsi in competizione
con i figli naturali della coppia; questo tuttavia non
tutela del tutto dalla possibilità che abbiano luogo
reazioni di gelosia.
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4. Affido etero-familiare: dare.
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Aspetti generali. Nell’accoglienza di minori e di
adulti, come anche nell’affido e nell’adozione, è necessario
porsi consciamente delle mete. Accogliere un minore
o un adulto significa anche porsi una responsabilità
formativa e accettare di essere al contempo formati.
Accade il medesimo processo con i figli naturali: essi
sono formati nella famiglia e la famiglia è da loro
formata. La differenza sta nel fatto che nella famiglia
naturale i fatti hanno un impatto “naturale” e stemperato
dalla normalità degli avvenimenti, dal succedersi degli
eventi entrati nella costituzione sociale e culturale
della piccola comunità chiamata famiglia (che ha un
suo passato e un suo vissuto condiviso). Nel caso dell’accoglienza,
in tutte le sue forme, l’impatto empatico è molto forte
e meno “normale”. Il passato ed il vissuto dell’accolto
deve essere condiviso e il passato e il vissuto della
famiglia deve entrare a far parte del bagaglio dell’accolto.
Un passaggio delicato formato sul fronte interno familiare
da legami deboli che nel loro insieme formeranno la
base dell’accoglienza reciproca. Sul fronte esterno
invece la famiglia e l’accolto sono per realtà sociale
controcorrente rispetto alle altre famiglie. Questa
evidenza può porre la famiglia accogliente in maggiore
evidenza gratificativa, alimentando la sua autostima,
ma al contempo contiene il germe del narcisismo e dell’ambiguità
nascosta nell’altruismo. Nell’accolto rimane sempre
il problema delle proprie radici e della continua necessità
di rivisitare il suo passato per rimodellarlo per sé
stesso e per i legami affettivi, formativi e culturali
che ha acquisito.
Vi è necessità di porsi mete formative che istruiscano
il nostro agire giorno per giorno: devono essere generali,
tanto generali da essere essenziali. La domanda nel
dare è la seguente: cosa vogliamo lasciare in eredità
ai nostri figli?
1. La capacità di essere autonomi. Non per disponibilità
economica, perché quella semmai viene dopo, ma la capacità
di fare scelte secondo la propria natura, secondo le
proprie capacità e le proprie disabilità. Questo tema
può ovviamente essere molto dilatato; mi limiterò ad
una sola riflessione sul dare. I nostri figli devono
essere capaci di decidere autonomamente (che non è….
ora faccio quello che voglio..). Come ha chiaramente
espresso Tuggia (2008) decidere significa, primariamente,
“uscire da noi stessi”: la decisione si alimenta da
un bisogno, da una mancanza… forse per questo oggi non
si decide volentieri, in una società in cui l’eccesso
di opportunità paralizza perfino il sogno. Per una riflessione
più strettamente educativa sottolineo alcuni elementi:
il sé: ci si deve conoscere per decidere o, quantomeno,
la decisione ti spinge drammaticamente a farlo. Ogni
scelta compone o ricompone la nostra biografia: continuità
e discontinuità, coerenza e tradimenti sono passaggi
necessari di ogni vita;
la traiettoria: è la direzione della scelta, è
la valutazione della direzione, la quantità delle nostre
forze. Individuare una traiettoria significa anche fare
i conti con i vincoli, gli attriti, le resistenze;
la progettazione: è la capacità di pensare e attuare
un piano d’azione, facendosi carico della capacità di
convivere con l’ambiguità e la complessità che abitano
il nostro mondo, superando l’orizzonte spesso angusto
dell’utilità soggettivamente attesa, di uno sguardo
senza prospettiva.
Educare alla decisione presuppone oggi una percezione
sofisticata delle sfumature, la consapevolezza della
molteplicità delle prospettive, l’umiltà di muovere
un passo senza la pretesa della definitività.
2. La capacità di perseguire la qualità. Educare
alla qualità è molto difficile perché si basa non sulle
parole ma sull’esempio e sulla coerenza delle persone
significative per l’accolto. Non sono i sermoni che
radicano la rettitudine, ma l’esempio e la coerenza
nel vivere quotidiano. Oggi è anche difficile parlare
di rettitudine. Questa è una parola obsoleta non solo
perché richiama l’osservanza di precetti familiari che
non esistono più ma semplicemente perché oggi la rettitudine
non si esprime con concetti apodittici determinati da
un norma ma da pensieri a rete che si intersecano e
rendono multifattoriale non solo l’analisi, ma anche
le conclusioni (basti pensare al conflitto tra etica
politica e sobrietà personale, tra amore e sessualità,
tra editti pro-famiglia di alcuni politici e distruzione
della propria in uno sfilacciamento di perdonismo maschilista,
anche nella senilità). Le contraddizioni del nostro
vivere mettono a dura prova questa meta formativa anche
nello specchio magico della famiglia, soprattutto perché
la nostra società oscilla nel mettere a valore i fatti,
le opinioni, le convinzioni con molta elasticità opportunistica
che difficilmente possono essere comprese da un bambino,
ma anche da un adulto di altra cultura. Lo stesso impianto
multiculturale determina non più “verità” dogmatiche,
ma necessità di fare scelte personali, di chiarire distinguo
(oggi si dice di declinarle….), che di volta in volta
hanno semi di opportunità o di qualità molto variabili.
Per questo oggi essere genitori è difficile, più difficile
che in passato quando il compito primario dei genitori
era la sussistenza familiare (si, lo so, ora non si
muore di fame e allora si.., ma ora si muore dentro
e allora forse meno).
Aspetti specifici. Le famiglie affìdatarie rappresentano
per la collettività una vera e propria risorsa, in molti
casi l’unica risposta possibile a situazioni di criticità
di minori e di famiglie: esse possono essere considerate
una soluzione idonea, flessibile e affettiva. La famiglia
affidataria, infatti, fornisce un ambiente sicuro per
un bambino che non può vivere temporaneamente nella
propria famiglia per problemi dei genitori. Accogliere
un bambino «come figlio» all’interno della propria famiglia
rappresenta la sfida principale cui cerca di rispondere
l’affido familiare. L’affidamento familiare presenta,
infatti, aspetti peculiari, che pongono i figli in affido
«al confine» tra due appartenenze familiari e la funzione
dei genitori «al confine» tra genitorialità e generatività
sociale. In senso positivo, la famiglia affidataria
deve, per difficile che sia, accettare la famiglia d’origine
così com’è, senza giudicarla o pretendere di “redimerla”
o cambiarla (meglio se avviene anche con il contributo
della famiglia affidataria, ma non rientra negli obiettivi
fondamentali dell’affidamento), deve accettare e rispettare
l’accolto con il suo passato ed i suoi limiti; onorare,
rispettare e salvare sempre le figure materna e paterna
che lo hanno generato; accettare, anzi permettere e
favorire, le regressioni che si verificano obbligatoriamente
nelle fasi di recupero; saper creare l’ambiente affettivo
terapeutico commisurato alle esigenze dell’accolto con
la pazienza adeguata ai tempi necessari.
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Fonti
- Bruni
A., Manuale per famiglie controcorrente. L'accoglienza familiare
tra teoria e pratica, Edizioni Psiconline, 2011
- Greco, O., Jafrate, R. Figli al confine. Franco Angeli.
2001.
- Pistacchi, P, Galli J., Un viaggio chiamato affido.
Edizioni Unicopli. 2006.
- Cassibba, R., Elia, L. L’affidamento familiare. Carocci
Editore. 2007.
- Migliorini, L., Rania, N. Psicologia sociale delle
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