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Altri sguardi: opinioni, attualità e riflessioni
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sommario
accoglienza: fare
accoglienza: capire
accoglienza: riflettere
accoglienza: dare
accoglienza: fonti
1. Accoglienza: fare.
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Aspetti generali.
Iniziare il percorso per divenire famiglia accogliente
è come iniziare un viaggio avendo solo vaga conoscenza
della meta, spesso idealizzata, ma fortemente desiderata.
E’ un viaggio all’insegna dei rischi del provvisorio,
del casuale e dell’emergenza. Esistono diverse forme
di accoglienza a metà strada tra l’intervento sociale
e il volontariato che assumono diversi nomi: appoggio
familiare (quando una famiglia aiuta il figlio di un’altra
famiglia per brevi periodo e per scopi precisi, quali
ad es. lo studio o la custodia temporanea), o l’azione
di famiglie che aiutano famiglie (quando una famiglia
aiuta un’altra attraverso un sistema di rete sociale
volontaria costituita da associazioni o da enti educatori).
L’accoglienza familiare si verifica con una certa frequenza
spontaneamente ad esempio per dare modo a madri con
figli di poter lavorare e di poter essere guidate nell’accudimento
dei figli e nella loro emancipazione sociale. Sono forme
di accoglienza che si rivolgono all’altro fuori da schemi
predefiniti sul piano legislativo ma che nascono dalla
volontà di essere d’aiuto agli altri. Definire queste
iniziative nell’ambito di una singola motivazione è
difficile perché nascono spontaneamente dalla reazione
degli uni con gli altri, senza norme e con tanto buona
disposizione. Anche queste iniziative spontanee soffrono
di derive e di malintesi o di percorsi non sempre ottimali
perché è un comportarsi comunque a rischio senza la
protezione anche generica dei servizi sociali. Il valore
di questo agire spontaneo è socialmente incommensurabile
perché si riferiscono all’adesione di uno stile di vita
già innato da parte di chi vuole aiutare e di una constatazione
di realtà da chi è disposto ad essere aiutato. Ovviamente
differenti sono le situazioni tra l’accoglienza di minori
e l’accoglienza di adulti, o l’accoglienza di anziani
o di soggetti con disabilità, ma nella nostra esperienza
esiste una radice comune ineludibile che costituisce
un’essenza di valore, purtroppo controcorrente nella
nostra società. Per un confronto si veda nella tabella
seguente.
Tab.
1. Confronto tra tipologie di azione dei soggetti attivi nel campo
della solidarietà verso i minori e le loro famiglie. In cittadinanza
attiva si sono considerate le diverse forma associative e lo stile di
vita del singolo cittadino; in movimenti di rivendicazione si sono
comprese tutte le azioni che sono indicate con il termine inglese di
advocacy. Modificato da Ambrosini M. (2005), Scelte solidali.
L'impegno per gli altri in tempi di soggettivismo, Il Mulino,
Bologna, p. 64.
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Casa famiglia
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Accoglienza
familiare
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Cittadinanza attiva
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Movimenti di
rivendicazione
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motivazioni
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Fornire alternativa
alla accoglienza familiare
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Domanda: bisogno
dei minori di avere famiglia, Offerta: bisogno di dare famiglia a
chi non l'ha
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Percezione di
diritti incompiuti, nuove povertà non tutelate, riconoscimento
reciproco di valori condivisi
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Auto-organizzarsi
contro le ingiustizie dello stato sociale, tendenza a legare
l'impegno sociale all'impegno politico
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processi
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Sviluppo di forme
di partenariato con i servizi sociali
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Basati sulla
relazione di aiuto, su servizi ad alta intensità temporale e
qualitativa
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Dallo spontaneismo
all'organizzazione associativa, evoluzione verso l'impresa sociale
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Mobilitazione
politica verso le istituzioni sociali inefficienti, informazione
ai cittadini
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requisiti
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Competenze
personali e professionali di alta soglia, alta appartenenza di
gruppo
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Rapporto diretto
con il minore (e la famiglia naturale), rapporti diretti con i
servizi sociali, capacità di operare in rete
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Enfasi sulle
componenti partecipative, sul lavoro di rete con altri soggetti,
immissione di operatori professionali a vari livelli
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Enfasi sulle
competenze politico-amministrative, evoluzione verso l'erogazione
di servizi diretti
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ricadute
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Minori costi dei
servizi di welfare, sviluppo di occupazione
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Diffusione di
valori altruistici e solidali, rafforzamento dei legami sociali e
interculturali
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Rafforzamento dei
legami sociali, partecipazione associativa, sviluppo di
appartenenza sociale
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Sensibilizzazione
spinta al miglioramento dell'offerta del servizio pubblico
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espressioni
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Cooperazione
sociale o legame di clan etico-religioso
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Volontariato, anche
informale, gruppi di auto-mutuo aiuto
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Associazioni di
volontariato, evoluzione verso la cooperazione sociale
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Associazioni di
utenti specifiche (affido, adozione, disabilità, ecc.),
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problemi
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Spinta la ribasso
della qualità di prestazioni e costi, confusione di mission,
autoreferenzialità
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Individualismo,
isolamento, affaticamento fisico e psicologico, possibilità di
burning out, rischio familiare
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Crescente
professionalizzazione, allontanamento dalle radici sociali
originarie, prevalenza gestionale- organizzativa
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Fragilità
strutturale, azione a vita breve, confusione interpretativa,
evoluzione verso finanziamenti pubblici
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A questo dire teorico dovremo tuttavia dare contenuto
pratico. Lo faremo qui per alcuni punti significativi,
consapevoli che questi non sono i soli possibili, consapevoli
che le forme di accoglienza sono tante quanta è la fantasia
di chi si inventa come aiutare l'altro seguendo il suo
stile di vita.
L’ affiancamento familiare. Questa forma di accoglienza e di vicinanza verso
gli altri è antica, spontanea. Qui la ricordiamo sia
nella sua forma più diretta e mono strutturata e sia
nella forma spesso denominata di appoggio familiare
o talora di affido dolce o anche affido diurno che attiene
alle attività del servizio sociale a sostegno delle
famiglie con qualche difficoltà. L’affiancamento familiare
può essere solo una forma di semplice vicinanza e di
consiglio oppure strutturarsi in interventi complessi
che attengono alla forma di “famiglie che aiutano famiglie”
nate nel mondo anglosassone e ora attuate anche in Italia.
Questa forma di accoglienza, per le situazioni più complesse,
esige una adeguata preparazione della famiglia accogliente
per poter entrare all’interno delle famiglie problematiche
e svolgere un lavoro educativo nell’offrire alla famiglia
accolta la possibilità di recuperare le proprie capacità
genitoriali. Alcuni esempi: aiuto per sostenere la scolarità
dei figli, aiuto per agire con funzione mediatrice con
famiglie migranti, vicinanza e sostegno a famiglie con
componenti disabili o anziani, vicinanza e sostegno
a mamme sole, vicinanza e sostegno a gruppi di vita
per adolescenti, o vicinanza e sostegno a gruppi di
vita per giovani oltre i 18 anni per aiutarli nell’ingresso
nella vita attiva, accogliere minori e adulti con età
e caratteristiche diverse, prive di ambiente familiare
idoneo, allo scopo di garantire un contesto di vita
caratterizzato da un clima di disponibilità affettiva
con rapporti individualizzati per assicurare sviluppo
e maturazione affettiva, educazione, mantenimento, assistenza,
partecipazione alla vita sociale.
Le reti familiari. La rete come insieme – aggregazione “movimento” di
nuclei familiari che hanno tra le loro scelte caratteristiche,
l’apertura all’accoglienza, principalmente come scelta
di condivisione, sotto lo stesso tetto, o meglio nella
propria famiglia, che si ritrovano in un “sentire comune”
che va oltre l’accoglienza.
Alcuni elementi costitutivi delle Reti familiari
potrebbero essere:
avere come riferimento un ‘Associazione,
un Ente giuridico, una Cooperativa, una Congregazione religiosa.
avere elaborato uno statuto, un regolamento, da cui
emerga la storia dell’associazione, della rete, gli
obiettivi, le linee pedagogiche, valoriali a cui
si riferisce.
riconoscersi in una proposta di formazione permanente
che aiuti a “sentirsi parte” di un cammino specifico,
alimentare le radici motivazionali e “vocazionali”.
Le comunità di famiglie. Si intende per comunità di famiglie, la scelta di
alcune famiglie di andare a vivere vicino, all’interno
di una stessa Casa colonica, ex conventi o in appartamenti
attigui dello stesso stabile, ciascuno con la sua identità
ed autonomia abitativa. Le famiglie scelgono di vivere
l’una accanto all’altra, in un rapporto di solidarietà,
di aiuto reciproco, di collaborazione, di messa in comune
delle proprie risorse, anche lavorative ed economiche.
Ogni famiglia mantiene la propria scelta ed autonomia
nell’accoglienza. Il rapporto dell’Ente pubblico è con
le singole famiglie accoglienti.
Sul piano dell’accoglienza, la vicinanza rappresenta
un supporto sia dal punto di vista del confronto educativo,
(spesso le famiglie hanno frequenti e programmati momenti
di scambio e di confronto) dal punto di vista anche
materiale, (momenti della giornata, accompagnamento
a scuola, ecc) ma anche offre la possibilità alle persone
accolte di esperimentare una accoglienza allargata,
con altri minori e ragazzi accolti, con altre figure
di adulti educative.
Le comunità di famiglie hanno in sé altre potenzialità.
La messa in comune anche di esperienze lavorative, ad
esempio:
attività agricole o di artigianato, permette
l’accoglienza di soggetti con problematiche varie, adulti,
accoglienze temporanee;
avere spazi più ampi, quali una vecchia casa colonica,
permette di attivare parti dello stabile per accoglienza
di nuclei familiari, mamme con bambini, ecc. ;
l’essere composta da famiglie referenti garantirebbe
un ambiente familiare allargato e non rischierebbe di
caratterizzarsi per forme organizzative simile agli
istituti ristrutturati.
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2. Accoglienza: capire.
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Aspetti generali.
Nel 2009, in Italia, i minori collocati fuori dalla
famiglia di origine erano 26.000 e sono in costante
aumento in tutti i paesi tecnologicamente avanzati.
Negli Usa le previsioni secondo modelli teorici calcolati
tra il 1990 e il 2020 prevedono un costante aumento
dei minori in cerca di famiglia con una tendenza alla
contrazione del numero di famiglie disponibili all’accoglienza.
Il punto di incrocio tra linea della offerta e linea
della domanda è avvenuta negli anni 2004 e 2005: è già
iniziata la fase di carenza di risorse familiari accoglienti.
Questo determinerà nei paesi socialmente avanzati una
incidenza sostanziale nei programmi sociali e un rilevante
costo economico, di qui alla necessità di provvedere
ad una comunicazione socialmente utile per orientare
e per favorire l’accoglienza etero familiare di minori.
Il diritto primario del minore a vivere, crescere
ed essere educato nell’ambito della propria famiglia
è un principio costituzionalmente riconosciuto e rafforzato
dalla Legge 149/01 “Modifiche alla Legge 184/83 relativa
alla “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei
minori”.
Le famiglie che vogliono accogliere un bambino hanno
in Italia diverse possibilità principalmente legate
agli istituti dell’adozione e dell’affido nelle sue
diverse forme. Esistono tuttavia anche altre situazioni
di accoglienza a metà strada tra l’intervento sociale
e il volontariato che assumono diversi nomi: appoggio
familiare (quando una famiglia aiuta il figlio di un’altra
famiglia per brevi periodo e per scopi precisi, quali
ad es. lo studio o la custodia temporanea), o l’azione
di famiglie che aiutano famiglie (quando una famiglia
aiuta un’altra attraverso un sistema di rete sociale
volontaria costituita da associazioni o da enti educatori).
Si verifica con una certa frequenza spontaneamente per
dare modo a madri con figli di poter lavorare e di poter
essere guidate nell’accudimento dei figli e nella loro
emancipazione sociale.
Come si può vedere l’accoglienza familiare ha differenti
forme, da quelle giuridicamente regolate a quelle assolutamente
spontanee con differenti situazioni da territorio a
territorio in relazione anche alle politiche sociali
regionali e della attività in loco delle associazioni
familiari volontarie che costituiscono la rete di appoggio
e di penetrazione delle attività accoglienti. Altra
componente rilevante è lo stato di conoscenza e di penetrazione
della cultura dell’accoglienza nel tessuto sociale soprattutto
in una società tendente alla parcellizzazione familiare
e quindi al depauperamento degli elementi di variabilità
e di flessibilità entro familiare (oggi sono prevalenti
le famiglie con un solo figlio avuto al limite dell’età
feconda della donna. Questo significa grande scarto
generazionale e quindi difficoltà di coesione sociale).
Le più recenti ricerche concordano che:
le cure materne e paterne prodigate al bambino nei
primi anni di vita rivestono un’importanza fondamentale
per l’armonico sviluppo della sua salute mentale;
per cure materne e paterne si devono intendere non
solo il soddisfacimento dei bisogni fisiologici immediati
di nutrimento, assistenza e protezione, ma anche la
capacità di assicurare adeguate risposte ai bisogni
affettivi e intellettivi del bambino;
la privazione prolungata di cure familiari nell’infanzia
può avere ripercussioni gravi, talvolta permanenti,
sulla formazione del carattere e quindi sulla personalità
adulta;
sono diverse le conseguenze nel caso in cui il bambino
non abbia mai a avuto una relazione stabile e rassicurante
con le figure paterna e materna dalla situazione in
cui questa relazione invece esisteva ed è stata interrotta;
la carenza di cure familiari è negativa per tutto
l’arco dell’età evolutiva, dalla nascita all’adolescenza,
ma è tanto più grave quanto più si configura come “un’assenza
completa”. La perdita delle figure materne e paterne
è meno grave se è temporanea;
il collocamento in comunità
assistenziale deve essere pertanto il più breve possibile
e solamente in funzione di una soluzione eterofamiliare
da individuare al più presto;
le cure familiari di cui il bambino necessita possono
essere fornite da persone diverse da coloro che l’hanno
generato, purché esse assicurino un legame affettivo
intimo e costante, fonte di soddisfazione e gioia;
gli istituti educativo-assistenziali, anche se organizzati
nei cosiddetti gruppi famiglia, non sono strutturalmente
in grado di fornire ai bambini relazioni interpersonali
che assicurino loro le necessarie cure familiari;
la prevenzione dei danni da carenza di cure familiari
può essere attuata assicurando, quando possibile, ogni
aiuto alla famiglia d’origine perché possa svolgere
adeguatamente il suo compito educativo oppure garantendo
ai bambini privi di un idoneo ambiente familiare un’altra
famiglia (adozione o affidamento, a seconda della situazione).
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3. Accoglienza: riflettere.
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Aspetti generali.
La bussola che guida il viaggio verso l’accoglienza
la chiameremo senso morale, anche se queste parole hanno
nel parlare comune una coloritura di antiche letture
pseudo-religiose e pseudo-filosofiche. Useremo l’espressione
senso morale unicamente per indicare la traccia che
porta ciascuno di noi a fare scelte fondamentali per
il proprio esistere, in modo sia consapevole sia inconsapevole,
in certi momenti della nostra vita. E’ un tipo di analisi
che per certi tratti esclude volutamente gli studiosi
del settore (perché soggettivamente non coinvolti),
ma non esclude la conoscenza scientifica sociologica
e psicologica. Gli avvenimenti che accadono nel processo
di accoglienza possono infatti essere tutti ipotizzati
teoricamente dallo studioso, ma solo chi lo ha vissuto
su sé stesso può compiere una analisi interiore scoprendo
qualcosa di sé e qualcosa dei suoi compagni di viaggio.
Questa è una affermazione che, sostenendo la scientificità
dello studio psico-sociale, la sviluppa in termini conoscitivi
verso chi ha vissuto l’esperienza dell’accoglienza anche
in termini di evoluzione personale operando una restituzione
che non è solo tecnica (come può fare un osservatore
esterno), ma di maturazione individuale, di cammino
interiore, di rivisitazione del proprio sentire ed agire.
L’accoglienza e il vitello d’oro In questo sito la
voce apparentemente più semplice, accoglienza, diviene
voce complessa densa di sfumature indefinibili e profondamente
radicate nello spirito dell’individuo. Offrirla in modo
generico e unitario significa cadere in stucchevoli
stereotipi caritatevoli; meglio offrili per quello che
sono, o che dovrebbero essere, una normalità di sentire
la cittadinanza attiva e la nostra presenza sociale,
a prescindere da fede e credo, che rimangono valori
coltivabili nell’individualità, come espressione laica
radicata nella mondialità. Con questa espressione colloco
il significato profondo dell’accoglienza in un solco
stretto e definito, lontano da Norberto Bobbio (“il
laico è l’uomo della ragione, il credente è l’uomo di
fede”) e vicino a Massimo Cacciari (“laico può essere
il credente come il non credente”) ed aderente a Enzo
Bianchi (“la differenza non è più tra credenti e non
credenti, ma tra idolatri e antiidolatri”). E’ questa
la differenza che riconosco nel constatare l’uso della
accoglienza talora governata o dall’idolatria della
religione o dall’idolatria della ragione. Pietro Barcellona
(Critica della ragion laica, Città Aperta Edizioni,
2006) pensa alla laicità come ad uno stato di incessante
interrogazione, una sorta di costante veglia, di rinnovata
antiidolatria: esattamente il contrario di quanti vogliono
ragionare comodamente per schemi fissi precostituiti
sia nell’esercizio del credo e sia nell’esercizio della
ragione. L’accoglienza spiritualmente gratuita è tipica
espressione di antiidolatria. Praticarla significa essere
consapevoli della sua forza per noi e per gli altri,
e della sua ambiguità, nostra ed altrui.
Accoglienza dei legami deboli L’esperienza delle
famiglie accoglienti ripercorre quella specificità dei
legami sfumati, «deboli», quelle relazioni di gruppo
che costituiscono la possibilità di sperimentare un
clima familiare definito da un insieme di atmosfera,
cultura, valori, risorse, reti sociali che possono essere
fattori di protezione e di empowerment per minori in
situazioni di svantaggio e per le famiglie stesse che
affrontano queste esperienze. Per le famiglie accoglienti
possiamo ipotizzare che tutte, quale che sia la forma
e la configurazione dei modelli familiari, abbiano in
sé una potenzialità riparativa che scaturisce dall’«eccedenza
familiare», dal progetto di generatività che permette
di moltiplicare e trasferire risorse. La famiglia in
questi casi frequentemente rivela tutta la sua «forza
di attrazione». Infatti, le possibilità offerte da nuovi
legami possono consentire al minore di proiettarsi nel
futuro e di riprogettare la propria rete di investimenti
e significati affettivi, rendendo possibile una lettura
del proprio passato da una nuova prospettiva e di correggere
i modelli relazionali costruiti precedentemente sulla
base dei legami con le figure di riferimento infantili.
Tale prospettiva tuttavia non è da applicarsi solo ai
minori coinvolti in tali processi, ma anche agli adulti
e alle famiglie. Si può affermare, pertanto, che vi
sono diversi aspetti che portano i genitori accoglienti
ad assumere un ruolo, nello stesso tempo, speciale e
complicato. Le famiglie accoglienti sono necessariamente
complesse; le loro storie sono segnate dalla consapevolezza
che esistono delle differenze rispetto alla maggior
parte delle altre famiglie. Quando questa complessità
è accettata, quando le perdite e le separazioni sono
elaborate e risolte, quando i genitori e i loro figli
sono soddisfatti del legame su cui si fonda la famiglia
ci sono i presupposti per affermare che la forza di
attrazione familiare ha funzionato.
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4. Accoglienza: dare.
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Aspetti generali. Nell’accoglienza di minori e di
adulti, come anche nell’affido e nell’adozione, è necessario
porsi consciamente delle mete. Accogliere un minore
o un adulto significa anche porsi una responsabilità
formativa e accettare di essere al contempo formati.
Accade il medesimo processo con i figli naturali: essi
sono formati nella famiglia e la famiglia è da loro
formata. La differenza sta nel fatto che nella famiglia
naturale i fatti hanno un impatto “naturale” e stemperato
dalla normalità degli avvenimenti, dal succedersi degli
eventi entrati nella costituzione sociale e culturale
della piccola comunità chiamata famiglia (che ha un
suo passato e un suo vissuto condiviso). Nel caso dell’accoglienza,
in tutte le sue forme, l’impatto empatico è molto forte
e meno “normale”. Il passato ed il vissuto dell’accolto
deve essere condiviso e il passato e il vissuto della
famiglia deve entrare a far parte del bagaglio dell’accolto.
Un passaggio delicato formato sul fronte interno familiare
da legami deboli che nel loro insieme formeranno la
base dell’accoglienza reciproca. Sul fronte esterno
invece la famiglia e l’accolto sono per realtà sociale
controcorrente rispetto alle altre famiglie. Questa
evidenza può porre la famiglia accogliente in maggiore
evidenza gratificativa, alimentando la sua autostima,
ma al contempo contiene il germe del narcisismo e dell’ambiguità
nascosta nell’altruismo. Nell’accolto rimane sempre
il problema delle proprie radici e della continua necessità
di rivisitare il suo passato per rimodellarlo per sé
stesso e per i legami affettivi, formativi e culturali
che ha acquisito.
Vi è necessità di porsi mete formative che istruiscano
il nostro agire giorno per giorno: devono essere generali,
tanto generali da essere essenziali. La domanda nel
dare è la seguente: cosa vogliamo lasciare in eredità
ai nostri figli?
1. La capacità di essere autonomi. Non per disponibilità
economica, perché quella semmai viene dopo, ma la capacità
di fare scelte secondo la propria natura, secondo le
proprie capacità e le proprie disabilità. Questo tema
può ovviamente essere molto dilatato; mi limiterò ad
una sola riflessione sul dare. I nostri figli devono
essere capaci di decidere autonomamente (che non è….
ora faccio quello che voglio..). Come ha chiaramente
espresso Tuggia (2008) decidere significa, primariamente,
“uscire da noi stessi”: la decisione si alimenta da
un bisogno, da una mancanza… forse per questo oggi non
si decide volentieri, in una società in cui l’eccesso
di opportunità paralizza perfino il sogno. Per una riflessione
più strettamente educativa sottolineo alcuni elementi:
il sé: ci si deve conoscere per decidere o, quantomeno,
la decisione ti spinge drammaticamente a farlo. Ogni
scelta compone o ricompone la nostra biografia: continuità
e discontinuità, coerenza e tradimenti sono passaggi
necessari di ogni vita;
la traiettoria: è la direzione della scelta, è
la valutazione della direzione, la quantità delle nostre
forze. Individuare una traiettoria significa anche fare
i conti con i vincoli, gli attriti, le resistenze;
la progettazione: è la capacità di pensare e attuare
un piano d’azione, facendosi carico della capacità di
convivere con l’ambiguità e la complessità che abitano
il nostro mondo, superando l’orizzonte spesso angusto
dell’utilità soggettivamente attesa, di uno sguardo
senza prospettiva.
Educare alla decisione presuppone oggi una percezione
sofisticata delle sfumature, la consapevolezza della
molteplicità delle prospettive, l’umiltà di muovere
un passo senza la pretesa della definitività.
2. La capacità di perseguire la qualità. Educare
alla qualità è molto difficile perché si basa non sulle
parole ma sull’esempio e sulla coerenza delle persone
significative per l’accolto. Non sono i sermoni che
radicano la rettitudine, ma l’esempio e la coerenza
nel vivere quotidiano. Oggi è anche difficile parlare
di rettitudine. Questa è una parola obsoleta non solo
perché richiama l’osservanza di precetti familiari che
non esistono più ma semplicemente perché oggi la rettitudine
non si esprime con concetti apodittici determinati da
un norma ma da pensieri a rete che si intersecano e
rendono multifattoriale non solo l’analisi, ma anche
le conclusioni (basti pensare al conflitto tra etica
politica e sobrietà personale, tra amore e sessualità,
tra editti pro-famiglia di alcuni politici e distruzione
della propria in uno sfilacciamento di perdonismo maschilista,
anche nella senilità). Le contraddizioni del nostro
vivere mettono a dura prova questa meta formativa anche
nello specchio magico della famiglia, soprattutto perché
la nostra società oscilla nel mettere a valore i fatti,
le opinioni, le convinzioni con molta elasticità opportunistica
che difficilmente possono essere comprese da un bambino,
ma anche da un adulto di altra cultura. Lo stesso impianto
multiculturale determina non più “verità” dogmatiche,
ma necessità di fare scelte personali, di chiarire distinguo
(oggi si dice di declinarle….), che di volta in volta
hanno semi di opportunità o di qualità molto variabili.
Per questo oggi essere genitori è difficile, più difficile
che in passato quando il compito primario dei genitori
era la sussistenza familiare (si, lo so, ora non si
muore di fame e allora si.., ma ora si muore dentro
e allora forse meno).
Aspetti specifici. Nella prima fase dell’accoglienza
la spinta altruistica ha la proprietà di valorizzare
tutto quanto incontra ed assomiglia all’amore-agape,
ma senza l’intervento della ragione non è possibile
determinare la continuità e portare a buon fine l’impulso
iniziale. Infatti, ogni impulso, anche il più altruistico
e solidale, in mancanza di razionalità, si snatura.
Bisogna esprimere una morale razionale che nasca dall’allargamento
emozionale completato e garantito dalla ragione. Tradurre
questi concetti in atti pratici è frutto della razionalità,
del ragionamento, della competenza e della continua
vigilanza verso gli altri e verso sé stessi. Si deve
acquisire una vigile consapevolezza dei propri errori
e di quelli altrui e continuamente è necessario compiere
continue modificazioni di rotta per riuscire vicendevolmente,
e in modo partecipe, portare a destino quanto entrambe
le parti ritengono giusto e morale per sé stesse. Questa
impostazione rimanda nei concetti più filosofici alla
formulazione kantiana sull’essere ragionevole comportamento
che deve essere considerato un fine e non un mezzo.
Su questa base diremo che per la famiglia accogliente
l’accoglienza non è un mezzo (per dare casa ad un bambino,
ad una mamma e ad un “chiunque”), ma è interiormente
un fine. L’etica in questa situazione è realmente la
soppressione del calcolo dell’utile per sé e diviene
un esercizio a favore degli altri con la sostituzione
del “me” con il “chiunque”. I temi delle funzioni, dimensioni
e connessioni della solidarietà, del significato del
dono e del ruolo della reciprocità sono stati a lungo
indagati. Recentemente si è operata una revisione critica
dei diversi approcci teorici e si sono messe in luce
le difficoltà metodologiche legate alla ricerca empirica
sull’altruismo, la solidarietà, la cooperazione cercando
la possibilità di un fondamento non trascendente dell’azione
orientata al benessere altrui. A partire dai fondamenti
biologici del comportamento fino alle più sofisticate
determinazioni della teoria dell’azione razionale, passando
per l’idea di azione collettiva e di bene pubblico,
sono state esplorate le difficoltà di un pensiero che
vuole prescindere da un’effettiva ricollocazione valoriale
del soggetto.
L’azione altruistica deve prendere senso in condizioni
di libertà, e non si coniuga con i vincoli di sangue,
ma con la vicinanza empatica. Dopo il gesto altruistico
si sviluppa nelle parti un processo emozionale complesso
che deve essere caratterizzato da una generosità a cui
deve seguire una elevata elaborazione razionale. Nell’accoglienza
familiare deve convivere lo slancio e il raziocinio,
il vantaggio per il minore e il vantaggio per i genitori
accoglienti: non sono vantaggi materiali, ma vantaggi
interiori espressi da un agire che chiunque può fare
se governato da una ragione morale. L’eccezionalità
non è quindi intrinseca nell’opera svolta, ma solo nella
scarsa frequenza con cui avviene. Per questo le famiglie
accoglienti sono famiglie “normali”, ma sono giudicate
“controcorrente”. Aver cura di un bambino non proprio
diviene così una azione non compresa perché i figli
altrui si considerano “di nessuno”, come se i minori
abbandonati non fossero figli di tutti.
Il non farsi carico di questa emergenza, nascondendoci
dietro a un non mi tocca, non mi appartiene, si pensi
il servizio sociale, è colpa grave sul piano sociale
perché dimostra che non essendone colpito non ne sono
nemmeno sensibilizzato. In questo contesto concettuale
si ha il capovolgimento delle visioni e, se si è disturbati
dal minore accattone, si è anche disturbati dal servizio
che opera “per portare via ad una mamma il suo figlioletto”.
La famiglia accogliente è un nucleo sociale in cui
si massimizza l’utilità collettiva imperniata sul minore,
un’impresa che si basa sull’idea che essere morali significa
impegnarsi per rendere massimo il saldo di utilità per
il maggior numero possibile di attori che ruotano attorno
alla figura del bambino cercando di portarlo verso un
futuro senza sradicarne vissuto e sentimenti. Questo
è dunque un tentativo di dare risposta coerente e razionale
all’altruismo verso i minori, senza pietismi di slanci
irrazionali, ma con ragionevole consapevolezza nella
costruzione del moderno stato sociale del benessere.
Solo l’abitudine alla riflessione morale modifica
il nostro carattere e solo l’unione dell’altruismo con
la ragione determinano il comportamento morale. Questo
passaggio tuttavia non può avvenire una volta per sempre
ma dobbiamo vivere questo dualismo tra altruismo e ragione
continuamente per riuscire a trasformare il nostro agire
in morale. Di qui la necessità continua del confronto
con sé stessi, con il proprio partner e con altre famiglie
che hanno vissuto e che vivono le stesse esperienze.
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Fonti
- Bruni
A., Manuale per famiglie controcorrente. L'accoglienza familiare
tra teoria e pratica, Edizioni Psiconline, 2011.
- Diocesi di Milano. Servizio per la famiglia. Abitiamo
l’accoglienza. Percorsi di apertura possibili per comunità
parrocchiali e famiglie. Editore In Dialogo. 2008.
- Macario G., Dall’istituto alla casa. L’evoluzione
dell’accoglienza all’infanzia nell’esperienza degli
Innocenti. Editore Carocci 2008.
- Ambrosini M., Marchetti C., Cittadini possibili.
Un nuovo approccio all’accoglienza e all’integrazione
dei rifugiati. Editore Franco Angeli, 2008.
- Giovannetti M., L’ accoglienza incompiuta. Le politiche
dei comuni italiani verso un sistema di protezione nazionale
per i minori stranieri non accompagnati. Editore Il
Mulino. 2008.
- Limone P., L’ accoglienza del bambino nella città
globale. Armando Editore, 2007.
- Guerrieri A., Odorisio M. L., A scuola di adozione.
Piccole strategie di accoglienza. Editore ETS , 2007.
- Gregorio D., Tomisich M. Tra famiglia e servizi:
nuove forme di accoglienza dei minori. Editore Franco
Angeli, 2007.
- Autori vari. Madrugada, 61, marzo 2006.


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