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Il fatto. 07 dicembre 2011. Redazione Tiscali. L'adolescente
italiano vive "incollato" alla tv e al pc e usa il cellulare come un
"prolungamento" di se stesso. E' il ritratto delineato dal rapporto
Eurispes sulla Condizione dell`Infanzia e dell`Adolescenza 2011,
presentato a Roma.
Secondo
l'indagine, la Tv continua ad avere il primato di media più utilizzato
dagli adolescenti italiani: solo il 4,1% non la guarda mai. Quattro
ragazzi su dieci (42%) sono davanti allo schermo almeno da 1 a 2 ore al
giorno e complessivamente il 24,5% ne fa una forte fruizione che va da 2
a 4 ore (18,3%) ad oltre 4 ore (6,2%). A contendere il primato della Tv
è il computer, che non viene mai usato solamente dal 4,8% dei ragazzi.
In questo caso però il numero dei fruitori "forti" aumenta: il 23,6% usa
il pc da 2 a 4 ore e circa il 12% per più di 4 ore. Alle stelle anche
l'utilizzo di Internet: solo il 7% dei ragazzi non naviga mai, il 37,7%
lo fa da 2 a 4 ore (24,4%) e oltre 4 ore al giorno (13,3%).
Internet, esperienza totalizzante -
Internet ha di fatto sostituito per gli adolescenti italiani la tv, la
lettura, lo sport, il telefono e il cinema, diventando di fatto una
esperienza totalizzante: da quando ha la possibilità di accedere in
Internet, il 52,6% dei ragazzi dichiara di guardare meno la televisione,
il 35,2% di parlare meno al telefono ed il 36,4% di andare meno al
cinema. E alcuni dati sono preoccupanti: ben il 46,1% dei ragazzi legge
di meno da quando utilizza Internet, il 21% sta meno all'aria aperta, il
14,3% parla meno con i genitori e il 9,8% vede meno i suoi amici.
Giovani a rischio cyber-dipendenza.
Un rapporto quello di Eurispes che parla di dati allarmanti sul rischio
cyber-dipendenza tra i giovani. Uno dei rischi del sempre più diffuso
utilizzo della Rete è l'Internet Addiction Disorder (IAD), che sta ad
indicare la dipendenza psicologica dal web, che si manifesta con
caratteristiche specifiche, come il bisogno di rimanere connessi alla
Rete il maggior tempo possibile e la presenza di sintomi di astinenza.
Indagando la possibilità che nei ragazzi si sviluppi tale tipo di
cyber-dipendenza, è emerso che il 42,5% controlla continuamente la posta
elettronica o Facebook sperando che qualcuno gli abbia inviato un
messaggio. Allarmante poi che la metà dei ragazzi intervistati (49,9%)
dichiari di perdere la cognizione del tempo quando è on line,
dimenticandosi di fare altre cose.
Facebook il social network più amato
- E' facebook il social più amato dagli adolescenti italiani: quasi
tutti hanno un profilo. Ben l'85,6% dei ragazzi dai 12 ai 18 anni lo usa
e, considerando anche che appena il 2,7% dichiara di essersi stancato e
di non usarlo più, si può concludere che i social network non solo
attraggono, ma anche mantengono a lungo l'attenzione dei ragazzi. Il
68,8% dei ragazzi è on line su facebook tutti i giorni: il 32,2% per 1-2
ore al giorno, il 14,4% da 2 a 5 ore e il 3,9% più di 5 ore. Le ragazze
utilizzano facebook più intensamente dei maschi, che non lo usano tutti
i giorni nel 23,2% dei casi, contro il 21,2% delle femmine. Anche la
fruizione giornaliera di facebook da 1 a 5 ore vede una prevalenza
femminile. Alla domanda: "quanti amici hai su facebook?" il 30,8%
dichiara di averne più di 500, mentre il 33,5% tra 201 e i 500 e il
21,9% ha tra i 50 e i 200 contatti. Solo il 4,4% dei ragazzi ha risposto
di averne meno di 50, mentre il 9,4% non ha voluto fornire alcuna
risposta in proposito.
Ragazzi poco cauti -
I giovani sono poco cauti on line: solo il 46,7% si connette sui Social
Network con persone realmente conosciute. Un altro rischio legato al
Web è la possibilità di essere contattati on line da persone
malintenzionate, che cercano gradualmente di ottenere la fiducia del
ragazzo per poi chiedergli l'invio di immagini a sfondo sessuale o un
incontro. L'8,5% dei ragazzi dichiara di accettare la richiesta di
amicizia in un Social Network anche da parte di persone sconosciute; il
6,4% accetta solo dopo aver effettuato ricerche su Internet. Ben il 30%
accetta di connettersi con amici degli amici o con chi fa parte di un
gruppo on line cui partecipa. Il 46,7% dei ragazzi, invece, accetta solo
se conosce di persona chi richiede l'amicizia.
Mai senza telefonino.
Crollano radio e Dvd - Il cellulare? Scontato averlo anche e
soprattutto se si è un adolescente. Praticamente tutti i ragazzi
italiani, circa il 97%, dispongono di un telefonino: il 36,6% ne
possiede uno con funzioni base, il 50,1% possiede uno smartphone e il
10,1% ha addirittura più di un telefono cellulare. E, anche se i
telefonini sono diffusi in modo simile tra maschi e femmine, delle
differenze ci sono e sono per area geografica: lo smartphone, un tipo di
cellulare il cui prezzo, in media, è più elevato, è posseduto solo dal
42,3% dei giovani che abitano nelle Isole contro il 57,6% dei giovani
che vivono nel Nord-Est. Infine, la radio sembra ormai aver perso il suo
appeal presso i giovani: ben il 62,1% di essi dichiara di non
ascoltarla mai, mentre il 25,3% afferma di ascoltarla fino ad un'ora al
giorno. Stesso trend per i Dvd (non li guarda mai il 43,3% dei ragazzi),
soppiantati dall'ampia scelta offerta dai canali satellitari, dal web e
dalla pay-per-view. Resistono invece i lettori Mp3 per i quali si
riscontra comunque un uso moderato.
Il 37,5% degli adolescenti usa videogiochi violenti
- Il 37,5% dei ragazzi italiani gioca, anche se in misura diversa, con
videogiochi violenti, amati soprattutto dai maschi. Dalle risposte date
all'indagine Eurispes sulla Condizione dell`Infanzia e dell`Adolescenza
2011, presentata oggi a Roma, risulta che il 19,7% rivela di aver
giocato qualche volta con giochi violenti non adatti alla sua età,
l'8,2% risponde di giocarci spesso e il 9,6% di utilizzarli sempre.
L'82,2% delle ragazze dichiara di non aver mai giocato con videogiochi
violenti non adatti alla propria età, mentre soltanto il 28,4% dei
ragazzi afferma la stessa cosa. Il 13% delle giovani dichiara di
giocarci qualche volta, mentre i ragazzi lo dichiarano nel 31,4% dei
casi. Giocano spesso con videogiochi violenti il 2,9% delle ragazze
contro il 17% dei ragazzi, mentre ci giocano sempre l'1,9% delle ragazze
e il 22,5% dei ragazzi.
Il controllo dei genitori? Quasi sempre assente
- In Italia non esiste attualmente una normativa che disciplini
l'utilizzo dei videogiochi da parte dei minori, nonostante il Parlamento
europeo nel 2009 abbia invitato gli Stati membri a predisporre una
legislazione ad hoc, di natura civile e penale, riguardante la vendita
al dettaglio di videogiochi violenti. E, cosa più grave, da parte dei
genitori c'è uno scarso controllo sull'uso dei videogiochi da parte dei
propri figli: quasi la metà degli adolescenti non è sottoposto ad alcun
controllo da parte dei genitori nella fruizione dei videogiochi (45,7%).
Quando invece il controllo c'è, i genitori sono soprattutto orientati
nel limitare la quantità di tempo che i ragazzi trascorrono
videogiocando (27,9%), ma non manca chi semplicemente non controlla e si
limita a chiedere ai propri figli a che cosa hanno giocato (9%). Solo
il 4,8% dei ragazzi sceglie i videogiochi insieme ai propri genitori e
il 3,2% ci gioca insieme a loro.
Commento.
La cosa che è più sconfortante è l'ultimo paragrafo. I genitori
assenti. A parte le competenze informatiche che gli adolescenti hanno
solitamente in misura maggiore rispetto ai genitori, mi viene da dire
che anche i genitori preparati al web hanno difficoltà. Quale controllo
fare? O meglio, come poterli guidare? Ma poi si lasciano guidare? Si può
insegnare qualcosa con un sostanziale processo di censura permanente?
(Il web è una casa con tutte le porte e le finestre aperte, chiudere il
portone con una protezione ha senso limitato dato che si può accedere al
web da qualsiasi postazione e senza filtri, compreso a scuola!). Siamo
sicuri di far bene chiudendo le porte di casa come se il mondo esterno
non esistesse? O ancora, ma allora non è forse meglio lasciare che
compiano le loro esperienze (!?), piuttosto che bruciarci i crediti
(scarsi) che abbiamo come genitori per una faccenda che ci vede sempre e
comunque perdenti?
Il punto è
che non solo dobbiamo tenerci informati, ma dobbiamo cambiare mentalità
e linguaggi per riuscire a fare i genitori. Si badi bene che non
intendo dire che dobbiamo cambiare modo di pensare, ma modalità
comunicativa.
E' con questi dubbi che chiudo l'anno 2011. Auguri a tutti per il 2012!

Proiezione Censis al 2020
Corsera Emilia, 30 dicembre 2011. Bologna
- Per la prima volta dopo 15 anni diminuisce il numero delle nascite in
Emilia-Romagna. Lo segnala l'ottavo rapporto Cedap, basato sui
certificati di assistenza al parto compilati nel 2010. Con 41.838 nuovi
nati l'anno scorso, dunque, l'Emilia-Romagna registra un decremento
rispetto al 2009 (588 nascite in meno), interrompendo tre lustri di
progressivo aumento.
Il
tasso di natalità in regione scende dunque a 9,5 nati ogni mille
abitanti (era 9,7 l'anno precedente). In calo anche i cesarei, che
comunque rimangono circa un terzo nel complesso (29%). È notevole però
la differenza tra le varie province e l'ospedale di Parma fa registrare
il record in Emilia-Romagna: il 54% dei bambini è nato con taglio
cesareo. Sotto la media regionale sono invece gli ospedali di Rimini
(22,7%), Cesena (26,6%) e il Maggiore di Bologna (27%). Restano una
larga minoranza, invece, le donne che fanno ricorso alla procreazione
assistita.
Nel
2010 sono state 702, ovvero l'1,8% del totale, anche se in aumento
rispetto al passato (erano l'1,1% cinque anni prima): più di un terzo
sono donne oltre i 44 anni di età. Così come in passato, continua ad
aumentare il numero di madri con cittadinanza straniera, che sono
passate dal 17% del 2003 al 29% dell'anno scorso. Se si considera il
Paese di origine della donna, le straniere costituiscono il 32,6% del
totale delle madri. In crescita anche la frequenza di donne non sposate
tra le partorienti (quasi il 33%). Nel dettaglio, le nubili sono
aumentate in otto anni del 10%. In generale, le donne alla prima
gravidanza sono il 43%. L'etá media al momento del parto è 31,7 anni,
con una differenza notevole tra l'etá media delle italiane (quasi 33
anni) e quella delle straniere (meno di 29 anni).
Secondo
il rapporto Cedap 2010, il 29% delle madri ha una scolarità medio-bassa
(licenza elementare o di scuola media inferiore) mentre il 27% risulta
laureata o con diploma universitario. In generale, la scolaritá dei
padri risulta nel complesso inferiore a quella delle madri e nel 20,6%
dei casi entrambi i genitori hanno una scolaritá medio-bassa. Il 68,6%
delle madri lavora mentre e il 5% risulta disoccupata
Commento.
Il quadro è senza dubbio complesso e soprattutto di non facile
soluzione. Favorire le nascite non sembra essere socialmente accettato,
aumentare gli immigrati, anche solo sino ad un certo limite, sembra
essere politicamente non praticabile. Direi che soprattutto non si vuole
guardare in faccia alla realtà.
Entro
il 2030, secondo le proiezioni statistiche, gli ultrasettantenni
costrituiranno circa un terzo della popolazione dei paesi occidentali,
mentre gli ultraottuagenari -attualmente il 3% - dovrebbero raddoppiare.
Mentre il numero degli anziani crescerà rapidamente, la popolazione
lavorativamente attiva dovrà sopportare un peso economico più pesante.
Inoltre, l'invecchiamento della popolazione implica una serie di
ricadute sociali e politiche sulla società.
Sul
piano sociale le famiglie accoglienti potrebbero fare molto:
contribuendo a formare ragazzi e futuri cittadini attivi limitando la
dispersione verso la passività sociale di ragazzi border line con
disagio familiare. Bisogna anche attuare forme di genitorialità
succedanea più praticabili di quelle sostitutive e più integrate nel
sistema famiglia naturale-famiglia accogliente-servizi psicosociale.
Certo lo stato dovrebbe investire di più nel welfare sociale, ma
sarebbero alla lunga soldi spesi bene. Eppure quanta ostilità, al di là
della retorica sull'amore verso i bambini!
Gli
anziani avranno un peso politico e sociale via via maggiore. Anche le
produzioni industriali e di servizi indirizzeranno sempre più le proprie
politiche verso questa fascia di consumatori in crescita inarrestabile.
Ci stiamo avviando verso l'autodistruzione? Andremo verso un conflitto
fra generazioni, allo squallore di una guerra tra padri e figli?
Eppure
ci sono anche altre strade. Sarebbe bene che gli anziani facessero i
nonni a tempo pieno caricandosi di tutte quelle attività verso i nipoti
che i figli non riescono a svolgere. Sarebbe bene che vi fosse maggiore
senso dello stare assieme, meno egoismi e più relazioni umane
significative tra le generazioni. Tra i tanti esempi di azione sociale
virtuosa possibili e praticabili ne ricordo una: basterebbe che i
bambini nascessero nelle case e che i vecchi vi morissero per avere un
grande risparmio e una significativa impronta sociale.

Il fatto.
Nextme. Martedì 27 Dicembre 2011. Quand’è che impariamo ad amare, a
fidarci, a relazionarci con gli altri? Presto, molto presto.
Precisamente durante la prima infanzia, fra i 12 e i 18 mesi, in quella
fase della vita di cui neanche abbiamo memoria. Se è vero che la
psicologia non ha mai sottovalutato l’influenza delle esperienze
infantili, questa è la prima volta che esiste un’evidenza solida in
proposito, ed è opera di tre ricercatori dell’Università del Minnesota
(Jeffry A. Simpson, W. Andrew Collins e Jessica E. Salvatore) che hanno
recentemente pubblicato il loro studio sul Current Directions in
Psychological Science, un giornale dell’Association for Psychological
Science.
Gli
autori hanno analizzato le relazioni madre-figlio su un campione di
circa 75 bambini, oggi pressappoco trentenni, ed hanno così riscontrato
che, malgrado le attitudini personali cambino nel corso degli anni con
il susseguirsi di nuove relazioni sociali, i rapporti della prima
infanzia sono cruciali nel determinare il tipo di interazioni che
seguono in età matura. “Le persone trovano per quanto possibile una via
coerente e adattiva per rispondere al loro ambiente attuale”, ha
spiegato Simpson, “e si basa su ciò che è accaduto loro in passato”. Così,
succede che i bambini mal gestiti o maltrattati durante i primi mesi di
vita assumono nel corso degli anni un atteggiamento difensivo, mentre
quelli che hanno ricevuto attenzione e supporto tendono a risolvere in
maniera più pratica le difficoltà relazionali o i conflitti con i propri
cari. In particolare, spiegano i ricercatori, esiste un’affinità non
irrilevante fra il modo in cui i bambini se ne stanno fra le braccia
della madre, e il modo in cui fanno lo stesso vent’anni più tardi con il
partner amoroso. Le stesse dinamiche si verificano prima ancora che col
partner anche a scuola con i compagni, con gli amici in generale e nei
rapporti di lavoro. Esiste quindi un elemento di continuità nello
sviluppo emotivo delle persone, ed è condizionato in maniera del tutto
inconsapevole; tuttavia, nel corso della vita molte cose possono
cambiare.
Lo studio
non può e non deve essere preso alla lettera, perché i modelli
infantili possono essere sostituiti da modelli successivi del tutto
diversi: un bambino che ha ricevuto poco amore può quindi imparare ad
amare grazie ad un partner affidabile, e può succedere naturalmente
anche il contrario. Il punto è che non ci è dato saperlo: è la vita.
Commento.
Le famiglie accoglienti l'hanno sempre saputo! Nel caso in cui per
motivi non sempre facilmente analizzabili due fratelli vengono separati,
ed uno viene collocato in una famiglia accogliente, mentre l'altro
rimane in una famiglia di origine deprivata di affetti e di cure, si
manifesta spesso che il primo riesce a costruirsi una vita normale (è
cioè diviene capace di dare e prendere affetto, un sufficiente grado di
autostima, un comprendere le regole del vivere sociale). L'altro che
cresce in una famiglia deprivata, trova molte difficoltà soprattutto
nell'adolescenza. Solo nella costruzione di un nuovo affetto si può
avere un cambiamento, ma con probabilità abbastanza basse. Certo che lo
studio pone alcune problematicità. Se i bambini hanno avuto una
situazione di deprivazione nei primi 18 mesi di età (e questo è
frequente) potrebbe rimanere loro uno stigma che solo con difficoltà la
famiglia adottiva o affidataria riesce a colmare. Di qui un invito a
operatori e al Tribunale dei minori ad agire con solerzia e
responsabilità per il bene del bambino.

Il fatto. Il reporter di Luca Squarcialupi Martedì 27 Dicembre 2011.
Panariello. ''E' soltanto grazie a Giorgio che non ho seguito il mio
progetto di farla finita e che ho capito che era il momento di
ricominciare'', così Francesco Panariello, detto ''Franco'', aveva
raccontato più di due anni fa il suo rapporto col fratello showman, in
un'intervista raccolta dal settimanale "DiPiù". Giorgio lo ha più volte
aiutato, soprattutto nella lotta contro la droga.
Abbandonati da piccoli.
Giorgio e Franco hanno avuto un'infanzia difficile: entrambi sono stati
abbandonati da una ragazza-madre, quando Giorgio aveva poco più di un
anno e Franco era ancora in fasce. Il primo fu affidato ai nonni
materni, il secondo finì in collegio. Poi, all'età di 12 anni, Franco
venne adottato da una famiglia benestante ad Ancona.
Collegio.
"Neanche l'affetto della nuova famiglia riusciva a placarmi – aveva
raccontato nell'aprile del 2009 Franco Panariello al settimanale 'Dipiù'
- un giorno mi scoprirono mentre portavo via loro dei soldi, così
tolsero l'adozione. Fui spedito in un collegio a Siena, ma anche lì
durai poco, mi scoprirono mentre stavo rubando dei soldi al preside. Fui
ritenuto un caso con pochissime probabilità di recupero così mi
portarono dai miei nonni al Cinquale, una frazione del comune di
Montignoso".
La fuga.
Proprio dai nonni i due fratelli si conobbero. "All'inizio ci
guardavamo come estranei", raccontava Franco nellintervista. Poi la fuga
per Napoli, dove andò a cercare la madre, finì in carcere, si ammalò e
iniziò a drogarsi.
L'aiuto.
Fu Giorgio, ormai divenuto famoso, ad occuparsi del fratello,
convincendolo ad andare a disintossicarsi nella comunità di San
Patrignano. Franco iniziò il suo percorso di recupero all'età di 37 anni
per uscirne sette anni dopo. Il cadavere di Franco Panariello è stato
trovato, la scorsa notte, riverso in un'aiuola a Viareggio.
Commento.
Destino? Sfortuna? Nella pietà non posso che pensare che Giorgio ha
avuto secondo il suo diritto di bambino, Franco no. Mi piace pensare che
se avesse avuto sin da piccolo il calore di una famiglia, forse non
sarebbe successo. Utopia? Illusione? Forse appunto, ma l'amaro del senso
di colpa sociale di averlo fatto crescere in un terreno di aridi
affetti rimane, per non avergli dato sin da piccolo le cose di cui aveva
diritto.

Modalità operative per promuovere l'affido familiare di minori
Nella
promozione alla sensibilizzazione all'affido familiare, gli interventi
svolti mediante conferenze devono essere notoriamente condotti con
modalità fortemente motivazionale e poco tecnica. E' necessario prima
far nascere e poi far emergere la disponibilità latente. Le informazioni
tecniche devono essere minimali e fornite con leggero approfondimento
durante l'intervento diretto con il pubblico (è preferibile lasciarle
principalmente alle domande del pubblico). Sovente, invece, specie se
queste sono svolte da operatori del servizio territoriale, hanno una
matrice prevalentemente tecnica che spesso è fuori luogo.
L'aspetto
motivazionale è quello di maggiore rimportanza e deve essere
accuratamente preparato, coinvolgente e sapientemente dosato per evitare
retoriche inutili, illusioni possibili e derive di scollamento tra
sogni leciti e corretti e motivazioni devianti.
Il
bisogno del bambino ad avere una famiglia sostitutiva deve essere posto
al centro. Il significato degli interventi devono avere questo fine e
non altri di deriva impropria (autostima di amministratori, autostima
del servizio territoriale, autostima delle associazioni di famiglie
accoglienti). L'aver condotto un evento di apparente successo con un
vasto pubblico richiamato da personalità di prestigio (da politici a
psicologi, a pediatri, o da esperti frequentatori di palchi pubblici) ha
ragione di essere solo per una sensibilizzazione di superficie che
lascierà gli organizzatori soddisfatti, ma che produrrà un debole
raccolto di sensibilizzazione dato che il pubblico tenderà ad essere
passivo e quindi poco sensibilizzabile. Si può dire che gli eventi in
questa forma operano più sui prerequisiti latenti piuttosto che sulla
mobilitazione attiva.
Gli
interventi di maggiore efficacia sono quelli condotti con la modalità
della disseminazione, piuttosto che quelli della spettacolarità o della
tecnicità informativa. La tecnica della disseminazione si basa su un
rapporto il più possibile alla pari, ovvero riducendo la distanza tra
chi è esperto e chi sta imparando. Nella disseminazione, che è un misto
di coaching e tutoring, si privilegia l'interattività dialogante (del
tipo di quella che si instaura nei gruppi di mutuo aiuto), per evitare
che il pubblico reagisca con un: bravo! ma non ho capito nulla). La
difficoltà di questa forma è che i relatori devono essere abili nel
condurre e non devono farsi prendere la mano dal pubblico, né dalla loro
ansia di protagonismo. Devono cioè avere forte il senso dello scopo e
della relazione con la capacità di essere quasi invisibili, di indurre,
di suggerire dicendo solo l'essenziale per fare in modo che il pubblico
ritornando a casa abbia motivo di dubbio e di discussione formativa.
Dato
che questo tipo di promozione sociale è complessa sul piano
motivazionale, si fornisce uno schema sinottico che incrocia la
formazione motivazionale delle famiglie (prima colonna), il flusso
motivazionale-decisionale delle famiglie (seconda colonna) ed infine il
flusso gestionale degli eventi da attuare da parte degli organizzatori
servizi territoriali e associazioni di famiglie) per agire proficuamente
su un dato territorio (terza colonna, in corsivo).


Progettare e organizzare: un caso ipotetico Viene
deciso di lanciare sul territorio di una provincia o di un comune
iniziative di sensibilizzazione all'accoglienza familiare. Il piano di
lavoro prevede un concorso di idee per riuscire a comunicare
l'accoglienza familiare sia per disseminazione di superficie, ovvero
dedicata al più ampio numero di persone possibile, sia di profondità,
ovvero orientata selettivamente a distinti strati sociali. Il gruppo di
lavoro misto operatori-volontari propone le seguenti ipotesi di
intervento, motivando ciascuna sulla base del bersaglio che devono
raggiungere e sulla base dell'esperienza:
- A. Pubblicità informativa su web (banner in siti locali), stampa locale, televisioni locali (articoli, interviste, dibattiti);
- B. Serate di incontro con una persona di richiamo che parli del tema organizzate da parte dell'amministrazione provinciale;
- C.
Serate di incontro svolte dalla equipe dei servizi con le testimonianze
delle associazioni locali da organizzare da parte delle singole
amministrazioni comunali;
- D.
Serate di incontro svolte dalle associazioni con la testimonianza dei
servizi da organizzare da parte delle associazioni stesse in parrocchie e
in sedi di associazioni che si occupano del sociale.
Si è
consapevoli che gli strumenti proposti sono differenti e che perseguono
bersagli differenti. Avendone la possibilità si decide di svolgerli
tutti.
Dopo un
anno ci si ritrova per fare la valutazione delle attività comunicative
svolte. Per la prima tipologia si constata che il costo è stato elevato,
come anche l'impegno da parte di alcune persone delegate specificamente
a questa attività. Apparentemente non si sono avuti risultati, ovvero
nell'anno non è aumentato il numero delle famiglie che hanno chiesto
informazioni o che si sono avvicinate all'accoglienza. D'altra parte si
considera che la modalità comunicativa è generica e ha come obiettivo di
aumentare la sensibilità collettiva inconscia e al contempo di fissare
dove informarsi nel caso si abbia un interesse per l'argomento: genera
“sensibilità informativa” ma non determina la nascita del bisogno
informativo. Infatti la generazione e la consapevolezza all'accoglienza
si viene a formare lentamente e ha bisogno di lungo tempo di
maturazione. Ha il pregio di arrivare a un numero elevato di persone in
via passiva. Appena si esercita una spinta appena più attiva (lettura di
articoli, ascolto di dibattiti televisivi) il bersaglio si riduce a
poche persone che nelle iniziative cercano e trovano conferme di una
loro sensibilità. Il modello comunque è di tipologia prevalentemente
passiva e sembra ottimale per una disseminazione generalità del
messaggio.
Nella
seconda tipologia sono state svolte tre serate nell'anno da parte di uno
psicologo noto per le sue apparizioni televisive per i temi della
famiglia. Nella prima serata il pubblico è stato numeroso attratto dal
nome della persona esperta, nella seconda serata il numero è diminuito
della metà e nella terza si è ridotto al 25%. Nella prima serata
l'oratore è presentato dalle autorità che si susseguono sul palco a fare
vetrina, il pubblico è mezza età con molti anziani e pochi giovani. I
rappresentanti delle associazioni sono posti in posizione marginale,
come anche i servizi alla persona. L'oratore è brillante introduce il
tema con maestria e si avvia ad entrare in profondità nell'argomento.
Tuttavia si accorge che l'attenzione del pubblico diminuisce per cui
abilmente modifica la comunicazione introducendo una serie di esperienze
personali e di aneddoti sollevando così l'attenzione ma inevitabilmente
determinando una spostamento della attenzione verso temi che sono
marginali rispetto all'argomento principale. Il dibattito dopo alcune
domande mirate e preparate si apre ai temi più vari della famiglia sino a
sfociare in richieste di problemi familiari particolari che hanno poca
attinenza rispetto all'accoglienza. La serata ha un grande successo di
immagine da parte dell'oratore (magari era quello che voleva in quanto
conferenziere di professione) ma lascia nella sostanza ben poco terreno
per la nascita di un sensibilità all'accoglienza e alla solidarietà. In
definitiva bisogna stare attenti a non innamorarsi della comunicazione
in quanto tale perdendo di vista ciò che si vuole comunicare. I rischi
sono elevati, il conferenziere deve cercare di essere meno narciso e
protagonista, ma diventare sempre più mediatore dell'informazione o
della formazione trasmessa.
La terza
tipologia di evento comunicativo è svolta dall'equipe territoriale degli
affidi e delle adozioni con la partecipazione di una famiglia
affidataria e di una famiglia adottiva che devono fare un intervento
limitato. Le serate sono organizzate dai servizi sociali dei comuni del
territorio. La comunicazione alla popolazione viene operata mediante
locandine, manifesti e opuscoli che vengono lasciati in posti pubblici o
inviate per posta. Gli interventi prevedono la presentazione delle
autorità locali e la conferenza-seminario di una assistente sociale e di
una psicologa le quali sostanzialmente illustrano le attività e le
specificità del loro servizio. L'impianto comunicativo risulta molto
rigido con un apporto di linguaggio tecnico che pur preciso impedisce la
comprensione d'impatto. Il pubblico è discretamente numeroso in alcune
occasioni, ma in altre è totalmente assente. Quando è numeroso si nota
la presenza più o meno coatta di persone di apparato e non di famiglie.
Nel complesso sono stati eventi deludenti sia per impatto sia per i
contenuti e frustranti per gli operatori.
La quarta
tipologia è stata organizzata con un basso impatto formale da parte
delle stesse associazioni. Hanno avuto un pubblico molto dedicato
essendo state invitate persona che fanno già parte di associazioni di
volontariato sociale e loro amici. L'informazione è stata svolta per
telefono e per passaparola. La modalità degli incontri era del tipo
“famiglie che incontrano famiglie”. La parte tecnica dell'accoglienza è
stata lasciata solo alla risposta a domanda. Il pubblico era molto vario
per esperienze e per visione dell'accoglienza. Particolarmente numerose
erano le coppie senza figli che desideravano avvicinarsi al percorso
adottivo o affidatario in subordine. I risultati in termini di livello
empatico sono stati molto buoni e tra le famiglie si è creata una certa
amicalità che si è tradotta in una continuità di contatti anche dopo gli
incontri. E' stato anche possibile determinare un effetto rete non
istituzionalizzato, ma spontaneo, per la soluzione o per la discussione
di problemi della famiglia. Si può però dire che gli incontri sono stati
preparati con un lavoro molto faticoso di contatti personali con
persone e associazioni sociali e faticoso è stato anche l'impegno post
incontri con la rete amicale che si è venuta a formare.
Le
quattro tipologie di incontri avevano bersagli differenti, sono state
condotte in modo differente. Si può dire che globalmente quelle che sono
sembrate più efficaci sono state la prima per l'impatto generalizzato e
per il poter raggiungere un gran numero di persone e la quarta che ha
però determinato un impegno notevole da parte delle associazioni. La
seconda ha avuto il merito di determinare più che una sensibilizzazione
nel pubblico una sensibilizzazione negli amministratori locali che
spesso sono piuttosto a digiuno della materia.
La terza
ha determinato un lavoro frustrante da parte degli operatori e le loro
qualità professionali non sono state apprezzate perché non hanno saputo
portare l'attenzione sull'impresa personale della famiglia dando
prevalentemente informazioni tecniche più adatte al lavoro di sportello
che al lavoro di sensibilizzazione personale.
Se
ritorniamo al caso prospettato in precedenza di una cittadina di 120.000
abitanti le iniziative verso la sensibilizzazione dovrebbero essere
mirate a tre livelli. Il primo a carattere generico di superficie (da un
minimo di un manifesto molto ben pensato da collocare negli uffici
pubblici o nei luoghi di maggiore afflusso (ipermercati, supermercati,
chiese, e altri luoghi di pubblica frequentazione); il secondo di
maggiore specificità con eventi dedicati quali serie di film dedicati
all'infanzia, serie di conferenze molto ben preparati in termini di
informazione e di scelta dell'oratore. Una forma più sofisticata ma più
costosa è la produzione di un breve documentario sulla realtà dei minori
di quel territorio da proiettare sulle reti televisive locali e per
fornire lo spunto di partenza della quarta forma dedicata ad un pubblico
selezionato inquadrato nella modalità di famiglie che incontrano
famiglie.

L'accoglienza come valore collettivo da comunicare Appare
chiaro che l'elemento fondamentale nell'orientare all'accoglienza non è
l'informazione, ma l'essere capaci di determinare un senso di
appartenenza all'atto solidale di altri, ovvero il suscitare un evento
empatico condiviso. Sul piano comunicativo sociale il processo di
acquisizione dell'accoglienza avviene in tappe ordinate in cui l'una
segue l'altra:
- 1. Prima è necessario determinare empatia;
- 2. Poi è
necessario prospettare situazioni pratiche (perché chi riceve il
messaggio possa determinare una azione di confronto con la sua realtà);
- 3.
Successivamente è necessario fornire informazioni sulle strutture a
supporto e le leggi in materia (per far comprendere i limiti e i confini
di ogni situazione: quanto si è tutelati e quale è il fattore di
rischio);
- 4. Far
comprendere come il cammino dell'accoglienza praticata determini
cambiamenti anche profondi nelle persone e nelle famiglie che in genere
passano da un tipo di presenza sociale ad un'altra (in genere il
passaggio è ad un comportamento più sensibile all'apertura sociale e
alla cittadinanza attiva).
Si può
notare come i primi due punti siano culturalmente e fattivamente nelle
competenze delle famiglie accogliente e delle loro associazioni, mentre
il terzo punto sia prevalentemente di competenza dei Servizi sociali. Il
quarto punto è di competenza mista tra le associazioni di famiglie
accoglienti e i sociologi.
In
pratica poiché sono i servizi sociali che devono far partire l'iter del
processo di sensibilizzazione, essi tendono, più inconsciamente che
consciamente, a monopolizzare l'evento con una forte pressione
comunicativa di stampo autoreferenziale. Questo è sbagliato in termini
comunicativi poiché porta inevitabilmente allo svilimento
dell'accoglienza ad un atto procedurale e non ad una presa di coscienza.
Il Servizio sociale deve avere in queste situazioni una presenza di
regia e di “testimonianza” esperienziale lasciando il peso comunicativo
alle famiglie accoglienti.
Un altro
punto importante nella percezione collettiva del valore dell'accoglienza
è costituito dalla partecipazione dell'utente alla gestione dei
servizi. Se in un territorio Servizio sociale e associazioni di famiglie
operano in modo sinergico e con stima reciproca rispettosa della
proprie competenze, si determina una cassa di risonanza comunicativa che
porta a fiducia e considerazione che rende i Servizi sociali meno
isolati e più considerati. Se invece associazioni di famiglie
accoglienti e Servizi sociali si ignorano oppure se si fronteggiano si
può dire che non si sta seminando nulla di buono e difficilmente su quel
territorio si verificherà una leva di sensibilità che permetta
l'accoglienza di bambini sfortunati.
Le
motivazioni profonde che spingono individui e famiglie ad essere
accoglienti sono di solito poco studiate. Approfondire questo tema ed
averne una conoscenza più precisa potrebbe aiutare molto nella scelta
del modello comunicativo e nella esplorazione dei determinanti inconsci
della sensibilità individuale e di coppia. Gli studi che sono stati
fatti su questo argomento hanno sempre avuto un connotato di etichetta:
in ambito religioso con la parola divina; in ambito sociologico con
spiegazioni legate a stili di vita; in ambito psicologico sondando
inespresse ragioni individuali.
Il campo
scientifico a questo riguardo dovrebbe essere dominato dalla psicologia
sociale e dalla filosofia, due ambiti di studio niente affatto leggeri.
Infatti, ragionare sull'aspetto morale (in tutte le epoche) ha sempre
determinato un atteggiamento di noia mortale soprattutto se intriso di
deformante applicazione pseudo-religiose o anche se usato come distinguo
tra quelli che hanno una morale (noi, ovviamente) e gli altri (che ne
hanno un'altra che noi non vediamo...). Vediamo
ora di legare i presupposti motivazionali ai temi di comunicazione
sociale e di tentare un approccio di sintesi. Nell'accoglienza le
qualità della comunicazione sono determinate dal disinteresse personale
degli attori sociali che se ne fanno promotori e dall'effetto empatico
rinforzato dai differenti flussi di comunicazione attivati. Da questi
due cardini discendono tre considerazioni: •
a) L'attenzione comunicativa deve essere rivolta alle conseguenze
sociali e culturali di lungo periodo. Non può essere svolta una campagna
comunicativa sull'accoglienza a spot e sul breve periodo; •
b) E' necessario inserire le attività comunicative per l'accoglienza in
un sistema di comunicazioni di massa (relazioni sociali e immaginario
collettivo). Questo punto è valido per il pubblico ma anche per gli
operatori che devono passare da un piano di attuazione ad una
consapevolezza sociale del loro ruolo (e non mero “lavoro”, seppure di
alto profilo professionale) obbligatoriamente suggellato da una funzione
di integrazione simbolica, di controllo e coesione sociale realizzata
da flussi comunicativi fondati sulla promozione di temi non controversi; •
c) E' necessario avere la conoscenza della realtà sociale in cui
l'accoglienza si deve inserire, ovvero una conoscenza non superficiale
del territorio. Qui si pone l'attenzione sul concetto di accoglienza
come capitale sociale, come patrimonio di interazione cooperativa di cui
la comunicazione deve appropriarsi per incoraggiare e sostenere lo
sviluppo delle relazioni sociali.
La debole
conoscenza degli strumenti della comunicazione da parte di operatori
sociali e associazioni di famiglie rende spesso indistinta la differenza
tra comunicazione pubblica (o marketing sociale) e la comunicazione
sociale. Mentre la prima è mirata all'esigenza di avere spazio,
riconoscibilità, finanziamenti e donazioni, la seconda è tesa alla
ricerca di strumenti nei quali la comunicazione sia univoca e si
arricchisca del guardare e dell'ascoltare, dell'utilizzo cioè dei
contenuti per dare senso alla relazione. In poche parole mentre la prima
è tesa alla gestione del sistema sociale, la seconda è tesa alla
costruzione e al mantenimento del capitale sociale di un territorio.
Nel caso
dell'accoglienza il capitale sociale è costituito dalle relazioni di
senso che le associazioni familiari e i Servizi sociali hanno costruito e
costruiscono nella relazione comune. Per generare e curare il capitale
sociale servono elementi con una forte correlazione con la
comunicazione: la reputazione, la fiducia, il radicamento, la
riconoscibilità. Questi sono tutti elementi relazionali e simbolici che
però sviluppano l'identità e l'appartenenza. La comunicazione sociale
dell'accoglienza familiare in questa logica è elemento sostanziale di
coesione sociale, di prosperità economica, di senso morale e non come
molti pensano l'ennesima faccia di un sistema assistenziale o
caritatevole. Possiamo fare la migliore comunicazione possibile, ma se
nel pubblico resta il concetto di delega del problema al professionista
(del resto spesso alimentato dagli stessi operatori sociali) non ci sarà
vero interesse e non vi sarà presa di carico della solidarietà sociale
dell'accoglienza.
Nell'accoglienza
familiare gli strumenti comunicativi sono spesso artigianali e
auto-prodotti, “fatti in casa”, magari sfruttando le abilità personali
di alcuni operatori e di alcune famiglie. Ritengo questo approccio è
sbagliato, come d'altra parte ritengo pressoché inutile spendere denaro
pubblico per spot, conferenze occasionali, e usare strumenti del
marketing pubblicitario per favorire l'accoglienza di minori. Molto più
saggio sarebbe pianificare interventi pluriannuali con strumenti
comunicativi più empatici (è questo lo zoccolo duro della
sensibilizzazione). In definitiva, per comodità o per inesperienza, si
copia un modello comunicativo generico già disponibile e quasi mai si è
crea un modello nuovo specifico. Si è detto dell'importanza dei
contenuti: non sono quelli tecnico-legislativi, ma la dignità, la
coerenza, la passione, l'impegno, la lealtà del patto di accoglienza
familiare, ovvero esattamente l'opposto di quello che mediamente
avviene.
Il
cammino da fare è ancora lungo ed è necessario studiare più
profondamente il fenomeno dell'accoglienza nei diversi contesti, ma
anche avere il coraggio di abbandonare alcune rigidità e alcuni schemi
di difesa delle identità da quelle di certo volontariato arroccato nella
difesa delle sue peculiarità, come anche da quelle di certi operatori
sociali, arroccati nella difesa ed insindacabilità delle loro posizioni.
Fare
comunicazione sociale deve significare lavorare per condividere maggiori
responsabilità con tutti gli attori della accoglienza familiare. Oggi
le associazioni di famiglie sono presenti in molti tavoli di
progettazione, ma il discorso sociale nella quotidianità delle politiche
familiari soprattutto a livello locale appare ancora affare di
operatori psicosociali con debole preparazione in comunicazione di massa
e non di cittadinanza attiva.
Fonti bibliografiche
- L'empatia
consente di comprendere il dolore e la gioia dell'altro come esperienza
vissuta da noi. L'empatia comprende le diverse forme del sentire
l'altro, l'amicizia, l'amore, il rispetto, la cura. In questo caso si
intende l'elicitazione inconscia che determina l'empatia e che è stata
studiata in termini fisiologici come lo scatenamento concatenato di una
serie di neurotrasmettitori cerebrali. Edith Stein ha definito l'empatia
come il fondamento di tutti gli atti in cui viene colta la vita
psichica ed emotiva altrui. Bello Ales A., Alfieri F., Shahid M. (edd.)
(2010), Edith Stein - Hedwig Conrad-Martius. Fenomenologia Metafisica
Scienze, Laterza, Roma-Bari.
- Chi fa
accoglienza tende a riproporsi di nuovo facendo divenire quel singolo
atto un passo verso un nuovo stile di vita. Ma non solo. Anche
l'iniziare questo cammino di possibile impegno determina la nascita di
sentimenti e pensieri nuovi tra i partner. Solitamente essi piano piano
si avviano ad un nuovo modo di sentirsi vicini ed uniti, ma in alcuni
casi il percorso verso l'accoglienza scatena situazioni represse che non
erano state portate alla luce precedentemente. Non sono rari i casi di
coppie che si orientano verso l'accoglienza di minori e durante il
cammino scoprono di non avere molto in comune e si separano.
- Sul piano
della comunicazione i concetti di base sono stati bene esposti nella
recente opera di Galli A., Nidasio S. (2009), Fare notizia con il non
profit. Franco Angeli, Milano. Gli autori indagano la realtà
dell'informazione sociale, evidenziando i veri obiettivi che questa deve
raggiungere, e chiariscono quali strumenti comunicativi possono essere
adeguatamente utilizzati da servizi sociali e da associazioni di
volontariato.
- Lavanco G., Pisciotta S. (2007), Il marketing sociale dei servizi alla persona. Carocci, Roma.
- Sul piano
comunicativo gli attori sociali con maggiore disinteresse personale e a
maggiore effetto empatico sono le famiglie accoglienti. Il servizio non
è recepito come attore privo di interessi perché finisce col dare
l'immagine di chi agisce per il suo vantaggio. Faccioli F. (1999),
Comunicazione pubblica e cultura del servizio, Carocci, Roma.
- Gadotti G. (a cura di) (2001), La comunicazione sociale. Soggetti, strumenti e linguaggi, Arcipelago, Milano.
- Mancini P. (1999), Manuale di comunicazione pubblica, Laterza, Roma-Bari.
- Questo
punto è stato bene esplorato e chiarito da vari Autori in Bertolo C. (a
cura di) (2008), Comunicazioni sociali. Ambiguità, nodi e prospettive,
Cleup, Padova, e in Binotto M. (2006), Relazioni e distinzioni tra
comunicazione pubblica e comunicazione sociale, Rivista italiana di
comunicazione pubblica, n. 30, pp.106-128.

Le motivazioni e le frequenze statistiche Le
ragioni che muovono una famiglia verso l'accoglienza di minori sono
state lungamente indagate da psicologi e sociologi i cui studi hanno
trovato pratica nella gestione delle attività di orientamento solidale
svolte dai servizi ai minori. Per un qualsiasi Servizio sociale avere
un'ampia disponibilità di famiglie disponibili all'accoglienza agevola
la collocazione ottimale del minore.
Sul piano della sensibilizzazione le famiglie possono essere classificate in quattro differenti livelli qualitativi: 1. Famiglie non sensibili e non disponibili; 2. Famiglie non sensibili ma potenzialmente sensibilizzabili; 3. Famiglie sensibili e potenzialmente disponibili; 4. Famiglie sensibili e disponibili.
Considerazioni statistiche.
Sebbene non siano disponibili dati recenti, e soprattutto disaggregati,
possiamo tentativamente ritenere che attualmente i minori in
affidamento siano circa 15.000 di cui 6-7.000 in affido familiare
giudiziale.
In via del
tutto approssimativa possiamo dedurre che sarebbe opportuno che sul
territorio nazionale fossero disponibili almeno 5000 famiglie
affidatarie, pari a una famiglia ogni 12.000 abitanti. Questo valore
assoluto è ben lontano dalla realtà poiché questo significa che in una
cittadina di 120.000 abitanti dovrebbero esservi 100 famiglie
affidatarie attive, mentre la cifra effettiva non supera in media la
metà e in alcuni territori è ben al di sotto di questo valore. In una
situazione ottimale tra domanda ed offerta in una cittadina di 120.000
abitanti il numero di nuove famiglie sensibili e disponibili dovrebbe
essere attorno a circa 15 unità per anno (in effetti attualmente si
aggira su cifre inferiori alla metà sulla base dei dati rilevabili dalle
associazioni) e comunque non inferiore a 10 unità per dare luogo alla
possibilità di scelta ottimale di abbinamento e di turn over delle
famiglie stesse.
In
una cittadina di 120.000 abitanti, prendiamo come riferimento di
obiettivo di raggiungere il numero ottimale di 15 nuove famiglie
all'anno sensibili e disponibili (punto 4) su cui fare la scelta
ottimale per 10 minori da collocare in affido familiare. Questo
significa che su base statistica bisogna prevedere di avere disponibili
(punto 3) almeno 100-200 famiglie sensibili e potenzialmente disponibili
e almeno 1000-2000 famiglie potenzialmente sensibilizzabili (punto 2).
Se ne deduce che l'incrocio tra bisogno e disponibilità mostra un forte
deficit. Questi valori, pur nell'imperfezione presuntiva, fanno capire
quanto sia importante curare la sensibilizzazione all'accoglienza sul
proprio territorio per migliorare le quote di famiglie potenzialmente
sensibilizzabili e disponibili.
Vent'anni
fa quando si iniziò ad applicare la legge sull'affido sembrava che le
famiglie disponibili fossero molte. In effetti risposero quelle famiglie
che erano già sensibilizzate indipendentemente dall'attività del
Servizio sociale e su queste famiglie i vari servizi sperimentarono la
legge dando fondo nel giro di pochi anni alle risorse di disponibilità
del territorio.
In
passato era sufficiente da parte del Servizio psicosociale svolgere
opera di informazione verso le famiglie già sensibilizzate. Ora non è
più così, è necessario un impegno di comunicazione sociale capillare con
un metodo appropriato per giungere a far emergere l'inconscio affinché
con un percorso del tutto personale la famiglia arrivi ad essere
disponibile all'accoglienza. Non si tratta di svolgere campagne di
marketing, dove si fa nascere il bisogno per indurre il consumo, ma di
dare luogo a percorsi di sviluppo della cittadinanza attiva per indurre a
comportamenti socialmente utili e possibili. Si deve, in definitiva,
compiere un lavoro più attento per operare una vera sensibilizzazione,
un lavoro che faccia leva sulla cittadinanza attiva e sull'impegno
sociale.
Tabella.
La comunicazione sociale dell'accoglienza familiare sulla base delle
differenti situazioni deve usare strumenti differenti. Se da un lato in
una certa misura alcuni comportamenti nelle diverse situazioni sono
normali, dall'altro è bene cercare di affrontare la comunicazione con un
bagaglio minimale di strumenti. Nel caso dell'accoglienza il fruitore è
sempre l'individuo o la coppia, quindi la prevalenza deve essere data
ad un messaggio fortemente individualizzato poiché ogni individuo avrà
motivazioni e valori differenti. A causa di questa peculiarità hanno
poca influenza i messaggi collettivi come quelli espressi nei quadri 3,
ed in particolare quello del quadro 3c. Il quadro 1a è senza dubbio
quello che ha la maggiore capacità incisiva, ma è soggetto a forte
derive sul piano sia informativo sia di particolarismi. I quadri 1 sono
quelli in cui viene meglio fornita l'informazione, mentre i quadri 2 e b
sono quelli in cui si mantiene più alta l'empatia e il coinvolgimento.
E' chiaro che la situazione dove meglio si incrociano informazione,
empatia e senso di appartenenza è rappresentata dal quadro 2b.

Per
giungere ad un numero di famiglie sufficienti al bisogno (che è in
aumento), è necessario favorire la crescita della solidarietà sociale
mediante interventi sia legislativi e sia di comportamento sociale. Non
meno importanti sono anche le proposizioni di aiuto sociale fatto con
risorse umane (i servizi) e risorse economiche (l'aiuto materiale alle
famiglie). Si deve di far uscire l'accoglienza da un'aura di
volontariato “missionario” in cui si deve riconoscere forzatamente il
solo segno del martirio e della sofferenza. Allo stesso tempo si deve
anche fare attenzione alle derive di altro segno in cui l'accoglienza
diviene una occupazione per chi è senza lavoro e senza una vera
disponibilità d'animo vocativa. E' dunque necessario formare le famiglie
che si presentano spontaneamente e formare con loro una rete tra le
famiglie del territorio in modo che famiglie già sensibili, ma non
ancora attive possano rivolgersi verso questa forma di solidarietà
sociale. Infine, è necessario formare sul territorio un percorso di
consapevolezza in modo che le famiglie possano divenire da indifferenti a
sensibilizzate.
La
comunicazione pubblica sociale si distingue da quella istituzionale
soprattutto per i determinanti dell'azione volontaria e disinteressata.
Si fonda sulle relazioni e sull'essere parte della produzione di
socialità. Questo rende i portatori di messaggi fortemente
distinguibili. Inoltre, ben differenti sono gli interessi collettivi
perseguiti in particolare per il realizzarsi sostanzialmente per la
creazione di beni immateriali come quelli relazionali. Il problema che
il servizio deve affrontare sul piano gestionale è di fatto complesso
perché richiede competenze che solo in parte il servizio ha e che
difficilmente riesce a reperire in quanto gli esperti di marketing
sociale sono una parte minuscola rispetto a quelli del marketing
commerciale. Inoltre, questa azione sul territorio è di solito costosa e
richiede tempo tra intervento e risposta da parte delle famiglie. Di
solito, purtroppo, finisce con divenire un intervento poco strutturato e
poco coinvolgente in sale semivuote con grande frustrazione da parte
dei operatori e degli amministratori pubblici. Il fatto è che la
strategia di coinvolgimento è palesemente sbagliata soprattutto se
svolta dagli stessi operatori. Il loro linguaggio e il loro porre il
problema è solitamente inadatto ad una comunicazione che deve rispondere
a domande inconsce e il pubblico è poco attratto se non è personalmente
coinvolto.
Questi
passaggi comunicativi sono governati sul piano collettivo dalle azioni
tipiche del marketing, tanto che si parla in questi casi di marketing
sociale. Il marketing sociale può definirsi come l'utilizzo delle
strategie e delle tecniche del marketing per influenzare un gruppo
target ad accettare un comportamento in modo volontario, al fine di
ottenere un vantaggio per i singoli individui o la società nel suo
complesso.
Nella
realizzazione pratica di progetti di marketing sociale basati
sull'accoglienza, l’utilizzo integrato di molteplici leve crea
opportunità concrete affinché gli individui e le collettività riescano a
esprimere in modo agito e consapevole quanto in effetti già desiderano e
non riescono ad esprimere fattivamente.
Fonti bibliografiche
- 1.
Eurispes. Rapporto Nazionale sulla Condizione dell'Infanzia e
dell'adolescenza. (dicembre 2008), p. 30. Si vedano anche i rapporti
degli anni successivi, con dati tuttavia ancora fortemente incerti. Si
deve però dire che in questo caso la precisione non è assolutamente
necessaria. Sono necessari solo i dati di crescita annuale di bambini da
collocare in affido familiare e le indicazioni di metanalisi raccolti
in rete web facenti capo alle Associazioni di famiglie affidatarie (CARE
e altre associazioni operanti a livello nazionale).
- 2. In
passato erano le famiglie delle parrocchie che per prime si aprivano
all'esperienza dell'accoglienza. Oggi, con la depauperazione di questo
patrimonio si deve far leva su persone sensibili ai temi sociali in
termini più vasti ed in prima battuta verso i soci attivi di onlus
sociali.
- 3. E' un
pericolo non solo teorico, se si pensa alle molte case famiglia nate
sull'onda di una disponibilità discutibile a causa della debole
esperienza e della loro fragilità di presupposto di impresa. Non solo.
E' necessario ribadire l'importanza dell'aspetto “globale” perché
l'accoglienza è un processo che esige una solidità sociale e risorse
personali comprese quelle culturali determinate da studio specifico o da
esperienza specifiche. Infine si deve ricordare che aprire una casa
famiglia non è come aprire un esercizio commerciale, esige una quota
paritetica di vocazione e di professionalità.
- 4. De
Leonardis O.(1998), In diverso welfare. Sogni e incubi. Feltrinelli,
Milano, p.12. Donati P. (a cura di)(1996), Sociologia del terzo settore,
Nuova Italia scientifica, Roma, p.15.
- 5. Il
marketing sociale trova le proprie radici in molteplici discipline (es.
la psicologia, la sociologia, l’antropologia, le teorie economiche e
della comunicazione) che contribuiscono a esaminare e comprendere cosa
determina il comportamento umano, inteso quale risultante di fattori
ambientali, sociali e individuali. Kotler P., Roberto N., Lee N. (2002),
Social Marketing - Improving the Quality of Life. Thousand Oaks
(California), Sage Pubblications, p. 5.
Arezzo, 22 dicembre 2011.
- (Adnkronos) - I bambini che nasceranno nel territorio aretino avranno
la cittadinanza onoraria ideale della provincia di Arezzo. Lo ha deciso
il Consiglio provinciale approvando una mozione della Giunta,
presentata dal presidente Roberto Vasai. ''Quello
che vi proponiamo oggi - ha esordito Vasai - è un atto altamente
simbolico che non vuole però essere demagogia. La cittadinanza onoraria
ideale e' stata istituita qualche anno fa ed il primo a cui fu concessa
fu il fondatore di Emmaus, l'Abbe' Pierre. L'iniziativa si concretizzerà
in un albo che costituiremo, e vorremmo che i primi cento che ne
faranno parte siano ospiti della Sala dei Grandi per ricevere una
pergamena che attesti questa concessione di cittadinanza''.
La
Vicepresidente della Provincia Mirella Ricci ha affermato che ''la
concretezza parte dalla tensione ideale, e l'unica possibilita' che
abbiamo per dare un segnale è questa: sarà anche un po' fantasiosa, ma
in certi momenti la fantasia è una nota di merito. Noi operiamo nel
quotidiano nell'interesse della nostra comunità, della quale questi
bambini fanno già parte, e la nostra attenzione è sempre rivolta a
diritti e doveri'', ha concluso Mirella Ricci.
Commento. Cara Mirella, mi piaci!

Roma, 22
dicembre 2011. (TMNews) - La procedura per le adozioni nel Regno Unito
verrà semplificata. Una commissione di esperti è stata incaricata di
progettare un nuovo sistema entro il prossimo marzo, con parametri meno
ridondanti, che dovrebbe divenire già operativo per l'inizio del 2013.
La
notizia è pubblicata oggi con grande risalto dal Times, un quotidiano
che da anni conduce una battaglia per denunciare le falle del sistema,
tali da determinare un netto ribasso delle adozioni nell'ultimo
decennio: l'anno scorso solo 3.050 bambini hanno trovato una nuova
famiglia. Parallelamente il numero di bambini che aspetta nei centri di
accoglienza ha toccato un record massimo: il tempo medio di attesa in
questi centri è di due anni e sette mesi. Ancora più inquietanti le
statistiche relative all'anno in corso. Nei primi tre mesi del 2011 in
tutto il paese sono stati adottati appena 60 bimbi sotto l'anno di vita,
rispetto ai 150 che avevano trovato una famiglia nello stesso periodo
del 2007. Al momento, 3mila 660 bambini britannici di meno di un anno
sono ancora in cerca di una casa, in affidamento ai servizi sociali di
Sua Maestà.
L'attuale
procedura prevede una tale quantità di vincoli e un dossier informativo
talmente dettagliato sui potenziali genitori adottivi da bruciare le
aspettative di chiunque, dal temperamento degli animali di casa fino ai
trascorsi sentimentali dei due partner. "I bambini aspettano troppo a
lungo perché perdiamo troppi potenziali genitori adottivi con procedure
inutili e farraginose che sembrano respingerli più che accoglierli,
costringendoli a voltarci le spalle. Sono determinato a cambiare tutto
questo", ha affermato Tim Loughton, sottosegretario all'Infanzia.

ROMA - La Repubblica del 14 dicembre 2011.
Secondo rapporto CEA (il Coordinamento degli Enti Autorizzati) sulle
adozioni internazionali in Italia. Un percorso lungo, complesso e spesso
impervio: è quello che ogni anno porta centinaia di coppie ad adottare
un bambino straniero, creando una famiglia che riannodi i fili spezzati
dal trauma dell'abbandono. Ma non si tratta di un cammino solo
individuale: le dimensioni del fenomeno (dopo gli Stati Uniti, è
l'Italia il paese del mondo che più si avvale dell'adozione
internazionale) impongono una maggiore visibilità del processo che porta
un bambino in cerca della sua famiglia ad abbracciare genitori che non
sapevano ancora di essere tali.
Un posto di riguardo nel panorama mondiale.
Le organizzazioni riunite nel CEA (Coordinamento enti autorizzati) dal
2000 a oggi hanno trovato famiglia ad oltre 11mila bambini provenienti
da 60 paesi del mondo. Gli enti che compongono il CEA rappresentano un
terzo del totale degli enti, e quasi il 40 per cento delle adozioni
effettuate nel 2010; costituiscono un universo ampio che occupa un posto
di riguardo nel panorama delle adozioni internazionali realizzate nel
nostro Paese (degli 11 mila bambini, 1.581 nel 2010; oltre 3mila coppie
attualmente in carico; 1.233 quelle che hanno adottato nel 2010; 58 i
paesi in cui gli enti sono autorizzati ad operare; oltre 6mila le
relazioni post adozione nel 2011).
Una presenza capillare.
"È proprio grazie alla tenacia e alla professionalità delle
associazioni no profit che operano nel settore delle adozioni
internazionali che l'Italia può vantare una capillare presenza in tutti i
continenti - si legge nel rapporto: - i loro operatori sono veri e
propri ambasciatori di solidarietà. La rete si è sviluppata attraverso
anni di esplorazioni, spesso al seguito di esperienze di cooperazione
allo sviluppo, costruendo forti relazioni con le istituzioni locali e
forse in misura ancora maggiore con le strutture della società civile
che in quei paesi assumono diverse forme ed espressioni. Una diplomazia
civile che, grazie al proprio lavoro operoso, fatto di sacrificio e
grande passione, intreccia quei misteriosi e talvolta imprevedibili fili
che finiscono con l'unire vite inconsapevolmente fatte le une per
abbracciare le altre".
Tutti quei figli che arrivano dall'Est.
Ancora oggi la maggior parte dei bambini (circa il 40%) proviene dai
paesi dell'Europa dell'Est; consolidata è l'origine asiatica e
centro-sudamericana. In forte crescita l'Africa, anche se ancora modesta
in termini assoluti, segno di una progressiva evoluzione culturale
delle coppie da un lato e di un forte impegno all'apertura a nuovi paesi
da parte degli enti autorizzati. "L'abbandono è un fenomeno
strettamente correlato alla situazione socioeconomica dei paesi
d'origine, ma la concreta realizzazione di procedure adottive è
influenzata anche da fattori culturali e da tradizioni di relazione tra
determinati paesi - sottolinea Stefano Bernardi, direttore del CEA. - Ad
esempio l'Italia solo negli ultimi anni si è aperta all'Africa,
praticamente sconosciuta prima con la sola eccezione dell'Etiopia,
mentre un paese come la Francia vanta una consolidata tradizione di
adozione in quel continente, anche quale retaggio del proprio passato
coloniale e di una diversa composizione etnica della sua società".
Adottare costa 11.307 euro.
Le organizzazioni rivestono un ruolo cruciale nel processo di adozione
internazionale. Una volta ottenuta l'idoneità dal tribunale (processo
che può richiedere anche due anni, tra colloqui preliminari con
assistenti sociali) la coppia deve rivolgersi a una organizzazione che
funga da tramite con il paese o i paesi nei quali si intende adottare,
in grado di assisterla per tutte le fasi di un percorso che impone costi
notevoli (come sottolinea il CEA, il costo medio per adozione risulta
essere, per l'anno 2010, di 11.307 euro, di cui 5.742 per servizi resi
in Italia e 5.566 per servizi resi all'estero; nel 2009 la media totale
corrispondeva a 9.000 euro). Ma la crisi globale crea due effetti
divergenti: da un lato aumentano in tutti i paesi d'origine i bambini in
condizione di abbandono (la povertà è la prima causa di abbandono nel
mondo), dall'altro lato si riduce la disponibilità all'accoglienza da
parte delle famiglie, per scarsità dei mezzi disponibili. E'
prevedibile per i prossimi anni una diminuzione delle coppie che si
avviano al processo di riconoscimento dell'idoneità, processo già di per
sé lungo e dissuadente.
Risultati contraddittori. "L'adozione
internazionale deve essere percepita come un fatto pubblico e
collettivo, attraverso la leva fiscale e la totale detraibilità delle
spese sostenute dalla famiglie: il costo rischia di divenire una
barriera all'ingresso, non sostenibile e socialmente selettiva -
osserva Bernardi. - Le organizzazioni impegnate nel campo delle
adozioni internazionali richiedono una più elevata definizione del loro
status giuridico in Italia e all'estero e un cambiamento delle politiche
sull'infanzia promosse da quegli organismi internazionali che finiscono
per generare il contraddittorio risultato di perseguire il presunto
interesse generale dei minori, perdendo di vista quello dei singoli
bambini. Mentre è proprio di singoli bambini che si occupano gli enti
autorizzati, e di singoli genitori: tutte vite in ciascuna delle quali è
racchiusa l'essenza della collettività e, in ultima analisi,
dell'umanità stessa".
Il confronto con la corruzione. Quello
in vigore nel nostro paese è un sistema che arriva da lontano, da ben
prima che il legislatore con la legge 476/98 istituisse l'Albo presso la
Commissione per le adozioni internazionali 2 (CAI) della presidenza del
consiglio, che svolge opera di vigilanza ed indirizzo. Tendendo
obbligatorio per le aspiranti coppie adottive l'affidamento di un
incarico ad un ente autorizzato, l'Italia ha tracciato una strada che
rappresenta un modello originale a livello mondiale e fa piazza pulita
del torbido "fai da te" in cui si muove un mondo di presunti avvocati,
plenipotenziari stranieri, mediatori locali di non ben precisata
caratura. "Fin dall'inizio della loro presenza nei vari paesi gli enti
autorizzati hanno imparato a loro spese cosa significhi doversi
relazionare con culture e istituzioni locali che eufemisticamente si
potrebbero definire 'non adeguatamente impegnatè nella tutela dei
diritti dei minori - si legge nel rapporto CEA. - Da sempre operare in
paesi con alti tassi di corruzione ha richiesto agli enti di sapersi
attrezzare in modo complesso e, per certi versi, raffinato per mantenere
alto il proprio profilo reputazionale e morale e, al contempo, non
perdere di vista la pragmaticità delle azioni necessarie per tutelare
bambini prigionieri di burocrazia e disinteresse collettivo".
Un percorso troppo lungo.
Le coppie che intendono adottare all'estero reclamano la significativa
riduzione di un percorso percepito come troppo lungo: fanno riferimento
sia al tempo impiegato per l'ottenimento del decreto di idoneità, sia al
periodo, avvertito come "eterno", dell'attesa di un abbinamento. Per
alcune coppie sono trascorsi 5, 6, addirittura 8 anni dalla
presentazione della domanda alla conclusione dell'iter adottivo; questo
ha comportato per loro e per i loro figli, rimasti troppo a lungo in una
situazione di deprivazione materiale e affettiva, una grande
sofferenza. "E' necessario riportare al centro la necessità di
assicurare sempre ed in ogni circostanza il diritto dei bambini a
crescere in una famiglia, che metta in archivio consolidati pregiudizi e
luoghi comuni e che riconcili il giusto con il bene", raccomanda il
CEA.
Si riducono gli spazi per adottare.
"Per gli enti, per la famiglie e per i bambini in adozione
internazionale il mondo diventa più piccolo - sottolinea inoltre il
rapporto CEA. - Alcuni paesi riducono o interrompono le adozioni
(Vietnam, Cambogia ecc.), mentre le autorizzazioni ad operare in nuovi
paesi diminuiscono: sono 39 le richieste avanzate dagli enti CEA negli
ultimi due anni: solo 16 hanno visto un esito positivo da parte della
Commissione per le adozioni internazionali. Così il mondo si riduce
anche per le famiglie, perché le caratteristiche dei bambini adottabili
possono corrispondere sempre meno alle loro attese: cresce infatti l'età
media dei bambini in adozione internazionale (6-7 anni) e la presenza
di particolari bisogni o patologie. Elementi che rendono più difficili
le scelte. Se poi sommiamo l'attività preparatoria nel paese (almeno un
anno), l'attesa media per l'autorizzazione della CAI e la successiva
attesa di accreditamento presso le autorità straniere (almeno un altro
anno) totalizziamo almeno tre anni per diventare operativi".
Gli scarsi appoggi delle autorità italiane.
E le autorità italiane all'estero "offrono appoggi estremamente
limitati, quando non addirittura nulli, alle adozioni. Sarebbe
auspicabile un chiaro status giuridico degli enti autorizzati nello
svolgimento delle loro funzioni all'estero, e un ruolo diverso di
ambasciate e consolati, che potrebbero portare nelle pratiche adottive
un ampio contributo di conoscenze ed esperienza locale". Nel precedente
governo la Commissione era presieduta da Carlo Giovanardi, la sua
attuale composizione non è ancora stata decisa. La CAI sottolinea che la
coppia all'estero si trova in una condizione di fragilità: "L'ente a
cui si è conferito il mandato ha sicuramente un ruolo di rilievo, ma le
istituzioni nazionali e le deputazioni italiane all'estero dovrebbero
essere accanto ai neo-genitori. La CAI potrebbe curare un contatto
preventivo con l'ambasciata italiana, o il consolato generale, per
segnalare il caso e quindi il viaggio della coppia. Il passaggio di
informazioni renderebbe più facile intervenire con tempestività,
soprattutto nei paesi con istituzioni locali più deboli".
Prevale lo scoraggiamento. "Una
domanda di adozioni non più in crescita e un aumento di dinieghi ad
operare in nuovi paesi configurano tempi difficili. Gli investimenti
progettuali delle famiglie e degli enti non si incontrano, perché
disincentivati dai lunghi tempi, dagli alti costi, dall'incertezza
sull'esito finale dei percorsi. In più le scelte degli enti che
riguardano i paesi sono talvolta scoordinate, in un contesto di rischi
crescenti, di investimenti al buio e di scarsi aiuti da parte delle
autorità italiane all'estero, tranne rare eccezioni". Quali le proposte?
"Va potenziato il coordinamento tra enti sulle azioni all'estero,
perché una maggiore condivisione degli indirizzi e l'utilizzo di
migliori economie nei paesi vanno a beneficio di tutti".
Un confronto preventivo CAI-Enti.
"E' inoltre auspicabile la crescita di un confronto preventivo tra CAI
ed enti autorizzati. Per superare l'attuale e disincentivante sistema di
autorizzazioni caso per caso, e per condividere una visione sui
contesti geopolitici dove investire. Valorizzando il patrimonio di
risorse professionali accumulate in un decennio di lavoro intenso e con
l'obiettivo altamente auspicabile di definire un patto per lo sviluppo
sostenibile delle adozioni internazionali nel nostro paese. È ormai
matura tra i volontari e gli operatori degli enti autorizzati la
coscienza di quanto urgente sia avviare un nuovo inizio delle adozioni".
Gli enti che compongono il CEA a dicembre 2011 sono 19, circa un terzo
di tutti gli enti autorizzati. Nel 2011 gli enti CEA sono presenti in
Italia con 68 sedi accreditate distribuite in 16 regioni (il
coordinamento non figura presente in Valle d'Aosta e Molise, regioni che
non ospitano alcuna sede di enti accreditati a livello nazionale, e in
Abruzzo e Basilicata).
Testo completo

(AGENPARL)
- Roma, 21 dicembre 2011 - "Ho detto cose scomode alla conferenza
'Rigore, equita', crescita: per i diritti dell'infanzia e
dell'adolescenza', tanto da entrare in polemica con la presidente della
commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, Alessandra
Mussolini. Purtroppo non ho potuto fare a meno di ricordare i tagli che
il precedente governo, votati anche dalla presidente Mussolini, ha
operato nei confronti dell'infanzia".
La
capogruppo dell'Italia dei Valori nella stessa commissione, Giuliana
Carlino, aggiunge: "Il fondo per le politiche della famiglia è stato
ridotto per il 2012 da 52,5 milioni a 32 (-39,1 per cento), il fondo per
l'infanzia e l'adolescenza resterà fermo a 40 milioni fino al 2014, il
fondo servizi per l'infanzia e il fondo per le non autosufficienze sono
stati azzerati. E questi dati non sono che tagli ulteriori a quelli già
operati nelle manovre degli anni precedenti. Potrei continuare con una
sfilza di numeri che colpiscono la parte più debole del nostro paese, i
bambini, ma mi limito solo a citare qualche dato di 'Save the Children'
secondo cui il 24,4 per cento dei bambini che vivono in Italia è a
rischio povertà e oltre mezzo milione di bambini, ben 653.000 tra
bambini e ragazzi già vivono in una situazione di povertà assoluta. La
presidente Mussolini se ne faccia una ragione: il governo che ha
sostenuto fino a un mese fa ha, di fatto, distrutto le politiche a
tutela dell'infanzia e dell'adolescenza".

Nelle
università spesso la cultura dell'esperienza della famiglia è evocata
per creare master o lauree specialistiche. Dovrebbe essere l'occasione
in cui la cultura accademica, solitamente di impianto teorico, incontra
la cultura esperienziale, basata su risultanze pratiche della
professione psicosociale. E' un innesto auspicato, ma che non sempre ha
dato buoni frutti.
L'anello
mancante è l'interazione tra i due mondi che sono differenti come
approccio culturale e come posizione lavorativa. Solitamente i docenti
di area teorica sono tutti strutturati nell'università, mentre i docenti
di area esperienziale sono docenti a contratto, ossia persone assunte
temporaneamente per svolgere un corso specifico. Di fatto i docenti a
contratto hanno una posizione subalterna rispetto agli strutturati.
L'università
dovrebbe assumere persone di alto profilo professionale, ma non ha
soldi, per cui le persone professionalmente più brave preferiscono
spendere il loro tempo in attività più remunerative. Rimangono gli altri
possibili esperti, spesso disponibili a svolgere i corsi per un
ingaggio limitato. In compenso, però, possono esibire il titolo di
“docente dell'Università di …..” per la loro pratica professionale,
traendone indirettamente un beneficio economico. Inoltre, si verifica
spesso che i docenti a contratto abbiano una scarsa qualità didattica
all'inizio, poiché di fatto non hanno mai insegnato, determinando una
debole risposta di interesse negli stessi studenti.
Negli
anni passati, dopo un iniziale forte entusiasmo per il saper fare
esperienziale nelle università, si è constatato che i costi in termini
di risorse umane e economiche erano elevati, che l'eccessiva
parcellizzazione del sapere non aumentava la qualità dei laureati, che
vi era scarsa richiesta di quel tipo di laureato sul mercato del lavoro.
In effetti si era venuto a formare, ma talora è ancora presente, un
sistema che generava se stesso, e che non creava un laureato adatto allo
scopo. Per fortuna attualmente le cose stanno cambiando, i corsi di
laurea che presentano l'inserimento di cultura esperienziale hanno
trovato una maturità che permette la formazione di persone più
preparate.
Corsi di
formazione di psico-sociologia della famiglia sono anche svolti da parte
di associazioni private e pubbliche amministrazioni territoriali
(Provincie e Regioni). Questi corsi hanno spesso la funzione da un lato
di preparare persone (spesso con incerta vocazione professionale, ma con
certa volontà di occupazione), e dall'altro di affermare la
progettualità sociale dell'amministrazione stessa. Purtroppo
frequentemente, data la brevità di questi corsi, tutto si esaurisce in
un evento subito e non formativo, e con l'acquisizione di uno scarno
strumentario che non incide nella realtà della qualità globale della
persona, né da un punto di vista professionale, né da un punto di vista
personale. I docenti di questi corsi sono spesso o accademici che non
hanno alcuna esperienza pratica del mondo del lavoro, o “esperti” con un
debole curriculum di pratica reale, surrogato però dall'esperienza di
aver svolto corsi analoghi in altre istituzioni (un sistema
autogenerante, in definitiva).
Sulla
rete web e su riviste specializzate sono presenti numerose offerte per
consulenze e per corsi su temi della famiglia e anche dell'accoglienza.
In genere sono corsi che conferiscono un attestato di frequenza e non un
titolo. Ma tralasciando questo aspetto e guardando ai contenuti e ai
docenti che li svolgono, possiamo dire che esistono in essi tutte le
qualità e tutte le debolezze del web. Si passa da corsi notoriamente di
notevole spessore, a corsi di debole qualità e forte volontà mercantile.
Concludendo,
il sistema formativo della cultura esperienziale della famiglia si
riduce ad un apporto teorico di studio che può attingere generalmente da
una cultura universitaria profonda e di grande qualità, mentre
piuttosto rari sono i docenti esperienziali capaci di operare il
passaggio della loro esperienza pratica in una forma didattica efficace.
Come si può capire è un sistema che facilmente crea falle e derive e
che deve trovare una maturità operativa.
La cosa
che più dispiace è la difficoltà di mettere a valore la qualità
dell'esperienza di molti professionisti in modo che essa possa essere
acquisita da attenti allievi.

Scelgo
tre notizie di fatti accaduti nelle ultime 24 ore in tema di abuso
sessuale di minori. Sono notizie ormai quotidiane che hanno assunto
valore di "normalità", soprattutto alla considerazione del contesto in
cui sono avvenuti.
Il fatto 1.
Violenza sessuale al carcere minorile: via il direttore, dirigente Dap e
capo agenti. L'episodio sarebbe avvenuto all'interno del Pratello di
Bologna: la Procura ha aperto un'inchiesta. I tre sono accusati di aver
coperto quanto accaduto. Piazza pulita dei vertici della giustizia
minorile a Bologna. A essere stati rimossi dai loro incarichi sono stati
il direttore del carcere del Pratello, Lorenzo Roccaro, il direttore
del centro giustizia minorile di Bologna, Giuseppe Centomani, e il
comandante della polizia penitenziaria Aurelio Morgillo. La causa:
omissione di rapporto in relazione a una presunta violenza sessuale
avvenuto a settembre dentro il carcere che accoglie under 18.
Il fatto 2.
Prostituzione minorile e violenza sessuale a Pagani: quattro arresti.
E' di quattro persone arrestate, tre romene e una italiana, il bilancio
di un'operazione eseguita dai carabinieri della tenenza di Pagani in
collaborazione con i militari della compagnia di Nocera Inferiore. Lo ha
riferito, a mezzo nota stampa, il reparto territoriale nocerino. Dopo
le prime notizie sull'operazione, gli inquirenti hanno svelato tutti i
dettagli nel corso di una conferenza stampa tenutasi in mattinata presso
la procura della Repubblica di Nocera Inferiore.
Il fatto 3.
Minori violentati e chiusi in celle frigorifere, arrestato 'santone' in
provincia di Firenze.(Adnkronos) - In manette il fondatore di un centro
di recupero. Le indagini sono partite dalla querela di un genitore.
Sette le denunce e venti le testimonianze raccolte nel corso
dell'inchiesta.
Commento.
Nelle società umane evolute non abusare sessualmente un minore è
considerato un principio fondante, ma l'abuso sessuale di una
quattordicenne da parte di un adulto viene considerato come un fatto da
valutare con attenzione in relazione al contesto con possibili
giustificazioni (cultura antropologica, provocazione, condiscendenza,
ecc.). Non solo, ma la stessa natura dell'abusante può essere
considerata come una situazione che comporta una qualche scusante.
Ci
si chiede se l'interpretazione elastica e metaforica, dipendente dal
contesto, rende qualunque comportamento possibile. La risposta è
negativa, perché il prototipo di riferimento vieta comunque l'abuso
sessuale. Ma che significato dare al contesto? Significa che il minore
va comunque e sempre rispettato nella sua integrità globale e questo
principio non viene scalfito dal fatto che umanamente poniamo delle
giustificazioni di contesto, più o meno valide, all'esecrabilità del
gesto.
Il
principio fondante è l'integrità fisica e psichica del minore,
qualsiasi sia la sua età, l'agire in metafora e quindi nella lettura non
letterale del principio fondante carica di responsabilità di deve
giudicare, mentre l'applicazione letterale lo scarica in effetti poiché
la sua discrezionalità valutativa è ridotta alla sola applicazione del
principio normativo e non all'interpretazione di contesto in relazione
al fatto. Infatti, l'applicazione letterale condannerebbe per abuso
sessuale anche la relazione sessuale frutto di un amore tra una
diciassettenne ed un ventunenne: in questo caso il contesto avrebbe una
considerazione molto forte in senso comprensivo, mentre la relazione tra
un ventunenne e una diciassettenne con declarato handicap psichico
sarebbe da condannare come esecrabile.
Il fatto 1. Da "Il Levante online" di Lunedì 19 Dicembre 2011 di Tania Cioce.
Scoperto con 60 dosi di eroina e 40 di cocaina il 15enne arrestato
venerdì nel tardo pomeriggio a Scampia. Non è il primo e di certo non
sarà l'ultimo baby spacciatore che, nella tristezza delle cose, forse
sarà fiero di esser stato definito da alcuni un piccolo gestore di un
droga-shop. I
“muschilli” sono giovani che scelgono di seguire un codice d'onore, che
seguono solo la regola del più forte e della sopraffazione, dove il
boss è un uomo da cui prendere esempio. Una triste ma vera realtà di cui
non si conosce ancora la fine, un mondo privo di scrupoli e di infanzia
che recluta spacciatori ancora bambini. E infatti si tratta di veri e
propri bambini che appartengono “all'esercito del male” una realtà
macroscopica che solo chi conosce Napoli può comprendere, secondo quanto
scrivono sul suo sito la Commissione Parlamentare Antimafia: non
esistono statistiche che ci indicano il numero dei bambini che fanno da
palo all'ingresso dello spaccio, oppure che accompagnano gli adulti a
riscuotere il pizzo dai negozianti al centro storico, o che vengono
addestrati a scippi e rapine. Non conosciamo questi dati, eppure tutto
questo esiste.
Il fatto 2. Da La Repubblica del 20 luglio 2011.
Bambini, anche di pochi mesi, usati come "scudo" per spacciare. E'
l'aspetto più inquietante della vasta operazione antidroga scattata a
Piazza Armerina, in provincia di Enna. L'inchiesta
ha permesso di individuare un gruppo di spacciatori che operava tra
Piazza Armerina e Aidone, città nelle quali lo spaccio avveniva nei
quartieri del centro storico. Secondo le risultanze investigative la
banda di spacciatori avrebbe venduto diversi chilogrammi di droga al
mese. In alcune occasioni, per non attirare l'attenzione e depistare
eventuali osservatori, gli spacciatori avrebbero portato i figlioletti
di pochi mesi.
Il fatto 3. Da il Corriere della sera del 27 novembre 1995.
Bambini usati come spacciatori di droga. La polizia ha scoperto
nuovamente un meccanismo ampiamente collaudato a Palermo, nel contesto
della vendita di sostanze stupefacenti: l' utilizzo di minori per
avvicinare i tossicodipendenti e consegnare loro la "dose". Per
istigazione allo spaccio, sono finite in manette due persone, mentre ad
altrettante l' ordine di custodia cautelare e' stato notificato in
carcere. Infine, per favoreggiamento e' stata arrestata una quinta
persona.Proseguendo le indagini, la polizia accerto' che almeno una
decina di ragazzini, tutti inferiori ai quattordici anni . e quindi non
punibili ., sarebbero stati "arruolati" con compiti di "vedetta".
Il fatto 4. Maurizio Calvi. C'era una volta l'infanzia. Uno sguardo sulla criminalità minorile. Nuova Biblioteca Dedalo. 1991.
Bambini violentati, maltrattati, venduti per una manciata di soldi.
Nati e buttati, presi in prova e poi rispediti indietro come un cibo
avariato. Bambini di guerra arruolati per combattere. Bambini
spacciatori. Adolescenti violentatori di ragazzine in autostop, o
suicidi perché vanno male a scuola. Sedicenni prostitute per un vestito
in più. Bambini da esportazione e bambini importati. In più c'è lo
spaccio di droga, che ha trovato nei corrieri anche piccolissimi il modo
migliore di eludere i controlli delle forze dell'ordine; la criminalità
organizzata, che affida a ragazzi di sedici-diciassette anni
l'esecuzione di omicidi, gambizzazioni e altre operazioni di sangue,
anche per mettere alla prova la loro "capacità" e farli entrare così
definitivamente nei ranghi; il racket delle estorsioni, che recluta tra
loro gli esattori di quanto richiesto a commercianti, artigiani, piccoli
imprenditori, appena li ritiene in grado di esercitare una efficace
azione intimidativa. E potremmo continuare con la prostituzione
minorile, che si alimenta sempre piu spesso di ragazzini; il business
del porno, che li usa per produrre videocassette. Ad osservare questo
mondo, complicato e crudele, si rafforza il sospetto che non esiste più
l'infanzia e che l'etica di questa nostra società sia drammaticamente in
crisi.
Commento.
Quando cambierà qualcosa? Si potrebbe dire che è un male della società
moderna e che in altri Stati pur più avanzati i numeri della delinquenza
minorile non sono da meno (anzi sono di più), ma non è una
consolazione. E' un problema complesso che va risolto in modo complesso
ed articolato, soprattutto con una matrice culturale più profonda. Non
solo lamentando i pochi fondi, ma con un comportamento quotidiano che
ponga a valore un cerchio virtuoso, lo spezzare con una presenza attiva
nella scuola e nella società questo dilagare di micro-criminalità
minorile. E' un impegno di cittadinanza attiva e in misura minore di
welfare sociale.
Dall'indignazione
si deve passare al fare quotidiano e non a lamentarsi che altri non
fanno quello che noi dovremmo fare: stare assieme attivamente ai nostri
figli, ai loro amici, fare squadra sociale con altri genitori e lavorare
in rete di famiglie. E' difficile? Si lo è, ma è anche l'unica
soluzione possibile.
E lo Stato?
Le domande che inevitabilmente ci poniamo: "I bambini criminali sono
recuperabili? E come?" Bastano le famiglie accoglienti e le comunità di
accoglienza familiare?" Il sistema sociale degli Stati reagisce come può in tutto il mondo:
Francia: minori reclusi in "prigioni-scuole".
Le «case di correzione» per minorenni sono state chiuse in Francia nel
'78. Ma poiché la legge prevede l'imprigionamento dei minorenni, sono
stati aperti i «quartieri» nelle carceri per adulti e, dal 2002,
esistono i Centri educativi chiusi. I nuovi istituti penitenziari per
minorenni saranno delle «prigioni-scuole», ha spiegato il ministro: 20
ore di corsi la settimana, 20 ore di sport, più attività artistiche e
culturali. Ogni detenuto avrà un «binomio» di adulti come punto di
riferimento (un sorvegliante e un educatore).Il ministro inoltre ha
deciso a causa dell'alta percentuale di fuga dei minorenni reclusi, di
rinforzare le misure di sicurezza.
Brasile: carceri minorili quasi al completo.
Il Brasile è uno tra i paesi del mondo con il più alto tasso di
criminalità minorile. I reati maggiormente commessi dai ragazzi sono
legati all'uso ed allo spaccio di sostanze stupefacenti.
Minori in carcere: la situazione attuale in Italia.
L'allarme arriva da Napoli. Diminuiscono i reati commessi da ragazzi
italiani, aumenta il numero di extracomunitari detenuti negli istituti
minorili.
Ma siamo sicuri che sono queste le soluzioni giuste per il recupero dei minori criminali? Spesso
sono i figli dell'abbandono, della miseria, della violenza. Fuggiti dai
centri di recupero, da famiglie sfasciate e dalla dittatura degli
orfanotrofi. Se non pensiamo attivamente come cittadini a loro adesso,
saranno i criminali del futuro. Il problema è sociale, ma non inteso nel
senso che ci deve pensare lo Stato sociale, ma inteso nel senso che noi
cittadini ce ne dobbiamo occupare.

Il fatto.
La dislessia è una sindrome classificata tra i Disturbi Specifici di
Apprendimento (DSA) con il codice F81.0, e la sua principale
manifestazione consiste nella difficoltà che hanno i soggetti colpiti a
leggere velocemente e correttamente ad alta voce. Tali difficoltà non
possono essere ricondotte a insufficienti capacità intellettive, a
mancanza di istruzione, a cause esterne o a deficit sensoriali.
Centinaia
di bambini con difficoltà di apprendimento vengono considerati
dislessici e inseriti, senza averne bisogno, in percorsi specifici di
recupero. A lanciare l'allarme lanciato dall'IdO, l'Istituto di
Ortofonologia di Roma. In Italia, spiegano dall'IdO, “1 bambino su 5
presenta difficoltà di apprendimento, ma non per questo è dislessico.
Tuttavia in molti vengono ritenuti tali e inseriti in percorsi di
recupero che possono causare danni notevoli: questi bambini hanno in
realtà disturbi comuni”. Solo il 4% è dislessico, per le scuole il 23%. Secondo
l'indagine condotta dall'IdO solo il 4% dei bimbi della primaria ha
mostrato davvero problemi di dislessia e apprendimento. Si scende poi al
3% se si tolgono dal gruppo gli anticipatari, i bambini iscritti in
prima precocemente, che presentano queste difficoltà. Invece per la
comunità scolastica il 23% dei bambini era a rischio. Alla scuola
materna su un gruppo di 150 bimbi monitorati del terzo anno i bimbi su
cui sono state riscontrate difficoltà organizzative sono stati 19 contro
i 39 segnalati all'inizio dal gruppo dei docenti. "Gravi rischi per chi non è davvero disabile" “Segnalare
come dislessici bambini che in realtà non lo sono comporta- ha spiegato
il direttore dell'IdO, Federico Bianchi di Castelbianco- due gravi
rischi: sono dirottati su percorsi alternativi come portatori di una
disabilità che non hanno, con oneri economici non sostenibili e inutili.
Il loro problema non solo non verrà affrontato, ma lascerà un vuoto di
conoscenze che si ripercuoterà sul loro curriculum”.
Commento.
Il fatto è emblematico della confusione che nella nostra società si
determina tra la conoscenza, la competenza ed il ruolo professionale
quando si deve affrontare un problema complesso. Mi dà il modo di
compiere una riflessione di sistema, neppure tanto originale, ma sempre
valida a mio avviso.
Ormai
tutti sono competenti di tutto pur avendo un conoscenza superficiale e
le persone che hanno un ruolo professionale spesso sono inascoltate o
peggio esse stesse si pongono in una posizione di falsa comunicazione
imprudente. Certo è che responsabili di questo stato di cose sono i
mezzi di informazione, i mass media e una certa ipertrofia del banale
che avvolge il pensiero scientifico e le professionalità, nel campo
sanitario in special modo.
In
merito alla dislessia e ad altri disturbi neurologici nell'infanzia,
non esistono ormai limiti: dagli insegnanti che fanno gli psicologi,
agli psicologi che fanno i genitori, ai genitori che fanno... di tutto
investiti dal grande bombardamento televisivo e delle riviste
"specializzate" che tra un gossip e l'altro sfornano il consiglio
apodittico di come si deve fare in ogni circostanza. Il pubblico subisce
e incamera pseudo conoscenza, spesso imprudente.
Ma si
badi bene non sono solo le casalinghe di Voghera ad essere colpite da
questo virus, sono anche fior di professionisti che in campi non
strettamente loro pertinenti e di ruolo si "allargano" senza manifestare
alcun metodo scientifico e sostanzialmente con lo stesso criterio
"scientifico" della casalinga di Voghera (come è noto nessuno ce l'ha
con le casalinghe di Voghera, ma hanno assunto nella vulgata
giornalistica un ruolo di paradigma per indicare il popolo minuto).
Il
problema sta nel fatto che in era tecnologica il buon senso non è più
quello della vecchia nonna, ma è divenuto quello di chi applica il buon
senso sulla base di competenze approfondite. In altre parole, le
decisioni in situazioni complesse vanno prese su una base più ampia
possibile di conoscenza sulla quale si applicano le tecniche di problem
solving e solo su queste elaborazioni si applica la relazione tra
individuo che deve decidere e contesto (il buon senso moderno).
Potremmo
anche dire che sociologicamente è lo scotto che paghiamo alla
comunicazione del sapere volta a conoscere a cosa serve una cosa senza
conoscere l'essenza di cui è fatta, ad esempio computer, automobile,
telefono, ecc. La deriva di questo processo collettivo porta ad una
falsa conoscenza reale rispetto ad un saccente disquisire: ovvero che
troppe persone divengono esperte dopo una lettura compiuta ..... dal
barbiere. E' un problema che anche noi famiglie accoglienti abbiamo dato
il nostro operare vicino a professionisti della famiglia,
nell'ascoltare gli altri nei gruppi di mutuo aiuto, nel parlare tra noi
dei nostri problemi.
Come
ci si dovrebbe comportare? Dovremmo abbandonare qualsiasi conoscenza?
Dovremmo affidarci delegando ogni considerazione agli specialisti?
Dovremmo diventare muti, ciechi ed ignoranti per offrire un terreno
vergine a chi ci dispenserà scelte e destino? No, ovviamente!
Io
credo che in metafora ci si dovrebbe comportare come quando si va dal
meccanico. Noi tutti sappiamo che ogni tanto l'auto ha qualcosa che non
va. Se andiamo dal meccanico e diciamo "fa un rumore strano, ma solo nei
fine settimana" è chiaro che ci prende per matti perché tecnicamente
l'auto non percepisce le festività. Se però diciamo "fa un rumore strano
quando metto in moto e quando giro a destra", il meccanico arguisce che
può essere il motorino di avviamento e la sospensione anteriore".
Abbiamo fornito le indicazioni giuste sulla base della nostra conoscenza
e il meccanico opererà secondo competenza della sua professionalità. Se
invece diciamo: "cambi la marmitta perché sterzando a destra fa un
rumore strano" e alle perplessità del meccanico replichiamo con "sono
certo che è la marmitta perché è successo anche nella macchina della mia
amica Letizia", compiamo una impropria, non dovuta e scorretta entrata
nella professionalità del meccanico (che ci taccerà di ignoranti, perché
è educato, ma magari se ne ricorderà nel fare il conto se è
permaloso!).
Dovremmo
andare dal meccanico, dallo psicologo, dall'insegnante, dal medico
avendo ben pensato a cosa dobbiamo dire e con una conoscenza più
approfondita possibile, senza però invadere il campo professionale
altrui (quante volte il medico si sente dire: mi dia un antibiotico
perché ho mal di pancia!).
L'Organizzazione
Mondiale della Sanità classifica la dislessia e gli altri disturbi
specifici di apprendimento come disabilità, per cui non è possibile
apprendere la lettura, la scrittura o il calcolo aritmetico nei normali
tempi e con i normali metodi di insegnamento. I maschi tendono a
esternare di più un problema rispetto alle femmine che cercano di
celarlo. I problemi maggiori nascono quando i bambini dislessici non
vengono compresi, poiché spesso passano per pigri o addirittura per
stupidi. Questo li porta spesso a perdere la propria autostima, a forme
di depressione o ansia, a crisi d'identità e molto spesso a rigettare in
toto il mondo della scuola, rinunciando in questo modo a molte
possibilità che la loro capacità di memoria superiore alla media,
invece, consentirebbe.
Per
affrontare il bambino dislessico sono necessarie diverse competenze e
tutte devono essere armonizzate in termini di conoscenza e in termini di
buon senso. Nessuna delle competenze necessarie deve essere posta in
subordine, da quella del logopedista a quella del pedagogista, del
neuropsichiatra, dell'insegnante, del genitore. Per questo la conoscenza
deve essere di tutti, ma la competenza deve essere espressa per ruolo e
in termini di efficacia e non di pseudo gerarchia scientifica.

Un libro, una esperienza.
Arianna Papini, Le Parole Scappate, Coccole e Caccole, 2011.Un bambino
dislessico e una nonna malata di Alzheimer. Due vite complesse, dense,
che non trovano definizione nelle parole che ai due fuggono, in modi
diversissimi e altrettanto dolorosi, ma che attraverso l'arte e la
narrazione si uniscono trovando la via comune dell'aiuto reciproco e
della convivenza con la propria diversità. In entrambi le parole possono
apparire, scomparire e anche scappare, ognuno di loro è chiuso in suo
mondo di vissuti dolorosi in cui le parole, attraverso la delicatissima
storia, sono alla ricerca di un loro significato profondo. Un libro che
parte da una storia vera, come si capisce dalla dedica in prima pagina.
Un racconto a due voci, differenziate nel testo con due colori diversi:
il nero per la nonna, il blu per il bambino. Un finale che porta verso
una strada comune…
A pagina 20 si legge: “A
volte penso che io e la nonna ci assomigliamo. E’ una bella disgrazia.
Però, non so perché, mi consola anche. Il babbo e la mamma erano molto
bravi a scuola e io li deludo sempre e mi dispiace più per loro che per
me e allora mi arrabbio, prima con loro e poi con me stesso che ho le
parole scombinate negli occhi e nella testa. La nonna si scorda che sono
suo nipote e non sa mai come mi chiamo, ma lo vedo che mi vuole bene
così come sono.”
Dato
che leggere è un complesso processo mentale, la dislessia ha svariate
espressioni. Questa sindrome sembra strettamente legata alla morfologia
stessa del cervello. La dislessia non è una malattia o un problema
mentale. Secondo la definizione più recente, approvata
dall'International Dyslexia Association (IDA), "la dislessia è una
disabilità dell'apprendimento di origine neurobiologica. Essa è
caratterizzata dalla difficoltà a effettuare una lettura accurata e/o
fluente e da scarse abilità nella scrittura (ortografia). Queste
difficoltà derivano tipicamente da un deficit nella componente
fonologica del linguaggio, che è spesso inatteso in rapporto alle altre
abilità cognitive e alla garanzia di un'adeguata istruzione scolastica.
Conseguenze secondarie possono includere i problemi di comprensione
nella lettura e una ridotta pratica nella lettura che può impedire una
crescita del vocabolario e della conoscenza generale".
Un sito, più esperienze.
Per saperne di più sul piano pratico e sulle possibilità di intervento
da parte di operatori e genitori si visiti il blog di Rossella Grenci http://www.rossellagrenci.com/2011/11/quando-la-dislessia-condiziona-la-vita/ un sito che riporta molte spiegazioni psicologiche e pratiche su esperienze di dislessia.
Rossella
Grenci è logopedista, scrittrice e mamma di due ragazzi dislessici. Si
occupa di dislessia evolutiva, è stata formatrice dell’Associazione
Italiana Dislessia, fa Corsi per i docenti in varie parti di Italia. E'
stata per 4 anni moderatrice del forum dislessia online. Dal suo sito si
può reperire materiale scaricabile gratuitamente su internet, comprese
le guide per genitori, insegnanti e dislessici.
Il
suo sito è davvero ben fatto e ben pensato, merita una visita attenta
anche solo da chi vuole saperne di più sulla dislessia, le difficoltà, i
luoghi comuni, le possibilità per convivere con questo disagio, e come
superarlo.
Se
questo problema non viene identificato nei primi anni della scuola
primaria, tramite la valutazione di un esperto nel campo dei disturbi
dell'apprendimento, le conseguenze possono risultare di una certa
gravità. Se il bambino dislessico è sottoposto a un metodo
d'apprendimento usuale, egli riuscirà solo con un grande dispendio di
energia e concentrazione a ottenere risultati che per i suoi compagni e
per il suo maestro sono quasi banali. Durante la scuola dell'infanzia è
possibile effettuare una valutazione dei prerequisiti per l'abilità di
lettura, in modo da poter intervenire precocemente e rafforzare delle
competenze eventualmente carenti. Anche se la diagnosi di dislessia può
essere fatta solo in classe seconda o terza della scuola primaria, i
segnali del disturbo possono essere colti molto prima (quando il bambino
affronta l'apprendimento della lettura e della scrittura) ed è
opportuno intervenire subito; aspettando, la difficoltà aumenta.

Il film. Lezioni di volo, Francesca Archibugi, 2006.
Lezioni di Volo racconta la storia del viaggio di Pollo (Andrea Miglio
Risi) e Curry (Tom Karumathy), due adolescenti un po' tonti che sono
stati bocciati e, per evitare ritorsioni da parte dei rispettivi
parenti, escogitano un modo per farsi mandare in India. La vacanza fin
dall'inizio non si rivela una passeggiata: verranno assaliti, derubati e
divisi. Curry, che è di origine indiana, ma è sempre vissuto a Roma con
la famiglia adottiva, è vittima di una catena di equivoci perché è
continuamente scambiato per un indiano. Del tutto casualmente si
imbattono in Chiara (Giovanna Mezzogiorno), un medico di un piccolo
centro di soccorso. Pollo si innamorerà, per la prima volta, di questa
bella e misteriosa dottoressa, mentre Curry si dedicherà alla ricerca
della madre biologica.
Il
film descrive alla perfezione la passività e l'apatia dei due
adolescenti. Il loro "ammazzare il tempo" in attesa di qualcosa, è
narrato con sensibilità e partecipazione, ma in molte parti non
convince. Il rapporto tra Pollo e Chiara viene risolto in modo troppo
superficiale. La crescita emotiva di Curry è narrata, invece, in modo
molto più preciso. La sua presa di coscienza matura lentamente e viene
raccontata con delicatezza, merito del modo in cui l'Archibugi ci mostra
l'India, senza folklorismi, né pateticità.
La
divaricazione che si attua tra i due ragazzi non è solo simbolica, ma
anche pratica e il loro percorso di conoscenza del sé e dell’altro
assume toni e consistenze diverse. Per Pollo, il cammino verso la
maturità avviene attraverso l’incontro con l’altro sesso: un
innamoramento profondo, in parte ricambiato: Chiara, infatti, è turbata
dalle attenzioni del giovane amico. Tale situazione, che culmina con la
“prima volta” per Pollo, fa evolvere l’annoiato ragazzo romano in un
uomo che, al termine del film, ha preso coscienza dei grandi problemi
del mondo: l’indigenza, la fame, l’assenza, in sintesi, del necessario
per vivere a cui sono costrette le popolazioni del terzo mondo; Chiara,
infatti, trasmette a Pollo il suo atteggiamento cosmopolita, la sua
apertura mentale, il suo altruismo e il suo senso del sacrificio. Per
Curry, invece, il percorso che lo conduce a maturare si snoda attraverso
la conoscenza sempre più capillare e profonda della sua terra
d’origine, dei suoi conterranei che percepisce sempre più come fratelli.
Commento.
Un film, quello della Archibugi, che come sempre fa pensare, seppure
viziato da alcune soluzioni di maniera. Come sempre i film della
Archibugi non vanno scomposti in singole scene, come fanno spesso i
critici cinematografici, ma reso nello scenario complesso e variegato di
un mondo sempre visto fortemente al femminile. E' un film intriso di
femminilità mentale in cui le donne non sono mai banali, né
insignificanti. Gli uomini sensibili ne percepiscono subito la magia e
l'offuscamento nel mistero di sensibilità e di corporalità;
significativa la risposta di Pollo alla domanda di Curry su come è la
fica: "è attaccata la corpo, ne è tutt'uno". Per i maschi questo è un
mistero, dato il loro noto dualismo tra mente e pene. E' questa capacità
di visione globale nella sequenza dei particolari e di capacità di
rendere atmosfere e personaggi femminili che rende il film emotivamente
partecipativo e a suo modo organico: anch'esso è tutt'uno con ogni
singolo personaggio.
Si
potrà disquisire ricordando che alcune situazioni sono risolte con
retorici abbozzi, ma tutto sommato è proprio quello che noi normalmente
facciamo nella vita per molte situazioni. A mio avviso è coinvolgente il
ritorno alle origini di Curry e la scoperta della sua appartenenza
nella sorella, il tutto reso con levità senza grovigli intellettuali. Un
ricongiungimento con le sue origini che coinvolge anche i genitori
adottivi la cui madre psicologa, molto bene interpretata da Anna
Finocchiaro, vive il dramma di chi deve aiutare gli altri non riuscendo
ad aiutare se stessa, e di un padre adottivo preso sul piano sociale
dall'impresa, ma tentato da distrazioni. Il solo rapporto tra genitori
adottivi avrebbe meritato un film. Consiglio un'attenzione particolare
al ruolo della madre adottiva, al suo rovello tra eccesso di
preoccupazione e di necessità di mantenere la giusta distanza formativa
con il figlio, la sua dolorosa mancata maternità biologica e la sua
capacità di far compiere ad altri un percorso di riflessione (un esempio
è la scena di fronte ad un quadro con il padre di Pollo che inizia a
percepire il senso della morte), ma la sua incapacità di essere
psicologa e madre assieme.
Quanto
a Curry, la sua adozione è resa con forte integrazione: afferma di
essere romano con molta determinazione. Il colore della sua pelle lo
infastidisce solo in India perchè scambiato per indiano: un altro segno
della Archibugi sulla percezione della diversità che è sempre interiore e
non dovuta in modo significativo a fattori esteriori.
Ieri sera
alla riunione del gruppo di mutuo aiuto delle famiglie affidatarie è
stato citato il valore del dono per i bambini accolti. Ogni famiglia ha
espresso il significato che attribuiva a questo atto e le attese che si
potevano generare nel compierlo. Una discussione che meritava molto
tempo e un approfondimento specifico che senz'altro riprenderemo in
seguito. Tornato a casa mi è venuto alla mente a proposito del significato del dono un bel libro di Roberto Mancini "La logica del dono. Meditazioni sulla società che credeva d’essere un mercato" , Messaggero 2011.
L'Autore -
ordinario di filosofia teoretica all'università di Macerata - è
conosciuto proprio per la sua capacità di "leggere" i segni dei tempi.
Mancini focalizza l'attenzione sul tema del "dono", da decenni al centro
dell'antropologia culturale. Dono inteso non tanto come "regalo", bensì
come "logica ispiratrice dello stile dell'esistenza". Che, tradotta a
livello educativo significa generare una civiltà alternativa a quella
della globalizzazione e del mercato e, a livello politico, contribuire
alla rigenerazione della vita pubblica e della democrazia attraverso il
servizio alla giustizia come fondamento della convivenza sociale.
È
possibile, nel mondo che conosciamo, dare più valore alle persone che al
denaro, e non solo a parole? È possibile sottrarsi alla logica
competitiva per scegliere uno stile di vita fondato su condivisione e
cooperazione? Nella società contemporanea, stoltamente convinta di
essere soltanto un unico e grande mercato, la risposta a tali domande è
spesso cinica e negativa.
Nella presentazione l'autore così si esprime: "Colpisce
soprattutto il fatto che dinanzi agli effetti concreti di crisi e di
disperazione prodotti da tale sistema si ritenga ragionevole e doveroso
reagire, per "uscire dalla crisi", reiterando ed esasperando la stessa
logica di competizione e di riduzione della cura dei diritti umani che
ha causato la crisi. E' come se si pensasse di poter curare una persona
investita da un'auto mettendola nella precisa posizione che la espone ad
essere sicuramente investita da un camion. Per effetto di tale delirio
non si riesce neppure a concepire e a formulare lo scopo, che segnerebbe
finalmente il ritorno alla ragione, di uscire insieme dalla crisi. Lì
dove la coazione a competere diviene ubiqua e inesorabile, l'avverbio
insieme risulta semplicemente impensabile.
La follia
di questa logica è evidente, ma pochi se ne accorgono. Il prestigio di
aver prodotto benessere materiale fino all'opulenza - senza che ci si
chieda a quale prezzo e per chi in particolare -, la propaganda di
decenni, la coltivazione sistematica della percezione televisiva della
realtà e la sintonia con l'angoscia di morte, che alberga nei cuori
umani quando non sono illuminati da un amore vero, fanno sì che il
sistema sia in larga parte immunizzato dalla critica. Così l'errore si
aggrava giorno dopo giorno."
Commento.
Bauman (Z. Bauman “Voglia di comunità” Ed. Laterza 2001) individua
nell’insicurezza che attanaglia l’uomo di oggi la causa della diffidenza
verso gli estranei, gli stranieri, tutti coloro che sono “diversi”.
L’eterogeneità è dunque motivo di paure in quanto mina la nostra
sicurezza. Ci rifugiamo in noi stessi, abbiamo grande fiducia in noi e
nel nostro essere autonomi e indipendenti.
Per
questo motivo spesso rifuggiamo dal dono perché rappresenta un pericolo.
Il dono impone di mettere a disposizione del tempo e delle risorse e di
impegnarsi ad instaurare e a gestire legami con gli altri. Può dunque
spaventare per la sua caratteristica di coinvolgimento.
Per
questo motivo siamo sempre abbastanza generosi quando ci si chiede di
regalare soldi per opere caritatevoli, per Emergency o per Medici Senza
Frontiere, l’importante è che non ci si chieda di mettere in discussione
il nostro modello di vita.
Agire in
una logica del dono significa riconoscere che tutti abbiamo qualcosa da
dare e abbiamo bisogno di ricevere qualcos’altro. Un esempio chiaro è
fornito dalla figura seguente che illustra il significato del dono nei
bambini di differente età. Esso muta con l'età stessa, così accade agli
adulti perchè il dono ha una dimensione dinamica che coinvolge
l'evolversi dello stile di vita.

Tra le
motivazioni che spingono a donare c’è sicuramente il credere nella
dignità di ogni essere umano, nel diritto di ognuno di vivere senza
dover ogni giorno lottare per la sopravvivenza, dell’uguaglianza delle
persone.
L'autore
di questo libro mostra le implicazioni positive delle innumerevoli
esperienze di gratuità che connotano la vita di ognuno di noi, indicando
nella "logica del dono" la possibile soluzione per far fiorire
l'esistenza dei singoli e rinnovare il volto della società.
E'
indubbio che questo argomentare pone a riflessione i nostri gesti del
donare che in sé contengono l'ambivalenza del dare per gli altri e del
dare per sé. Nel caso dei bambini spesso vi è una nostra spinta a
renderlo felice che travalica il bisogno di essere amato del bambino.
Classiche
le situazioni in cui lo si accontenta per toglierci il vero problema
della scelta di qualità affettiva, oppure quelle in cui gli si regala un
oggetto improprio più frutto dei nostri bisogni interiori che dei suoi.
Dovremmo sempre ricordare che i giochi migliori per il bambino sono
quelli che si costruisce da sé. Non solo quelli di costruzioni fisiche
(tipo lego), ma anche quelli di costruzione mentale e creativa. E qui
c'è sempre da imparare ..... e non siamo mai imparati. Ogni bimbo ha le
sue esigenze, ... come anche ogni genitore....

Il fatto.
Bologna, 13 dicembre 2011. - (Adnkronos) - Verificare l'effettiva
esistenza e permanenza dei requisiti, nonche' le modalita' con cui le
associazioni usufruiscono delle forme di sostegno e di valorizzazione
previste dalle leggi di riferimento. Questo l'obiettivo del
provvediemento contenente 'Le procedure di verifica e di controllo sulle
attivita' delle associazioni di promozione sociale iscritte nei
registri regionali e provinciali' approvato oggi dalla commissione
competente della Regione Emilia Romagna.
Nella
delibera viene stabilito inoltre che, "qualora venga riscontrata la
perdita di uno o piu' requisiti essenziali per l'iscrizione ovvero gravi
disfunzioni nello svolgimento delle attivita', previa diffida e
concessione di un termine per il ripristino delle condizioni necessarie,
l'amministrazione competente procede alla cancellazione dai registri".
La verifica a carico delle associazioni viene svolta, dalle Province, di
norma ogni 3 anni mediante specifica revisione dei Registri regionali e
provinciali.
Commento. Una
buona notizia! Mi pare doveroso fare un controllo. E' sufficente
guardare come molti siti di associazioni siano "dormienti" da tanto
tempo per rendersi conto di quanta improvvisazione e quanta
superficialità vi sia nel settore!

Il fatto. Da Il pensiero scientifico del 22 novembre 2011.
La Società Italiana di Pediatria invita genitori e insegnanti ad
aiutare i ragazzi a usare meglio internet anche se, con una buona dose
di realismo, ammette che molto spesso i genitori “sono meno capaci dei
propri figli a navigare su web”. Non sembra probabile che un adolescente
accetti di farsi guidare da un adulto nell’uso di internet. Piuttosto,
sarebbe divertente ribaltare la prospettiva, pensando a…
- corsi autogestiti dai ragazzi e rivolti a genitori e insegnanti per far loro capire a cosa può servire internet
- costruire
pagine Facebook per dare continuità ai consigli di classe o di
istituto, favorendo lo scambio tra genitori, studenti e insegnanti
- creare
“canali” su YouTube per raccogliere video utili alla didattica per
ospitare video fatti dai ragazzi dentro o fuori scuola o in occasione di
gite scolastiche
- usare Slideshare per creare una sorta di “spazio di condivisione” di “lezioni” che vada oltre il confine del singolo istituto.
Sono solo
esempi, ma se un ragazzo sa che è possibile un diverso uso del web è
molto probabile che trovi nuovi stimoli e passioni, passando dallo
“stare connesso” all’essere in rete.
Per
approfondire si veda: King DL, et al. Assessing clinical trials of
Internet addiction treatment: A systematic review and CONSORT
evaluation. Clinical Psychology Review 31 (2011) 1110–1116.
Commento.
Oggi mia figlia tredicenne mi ha parlato di un gioco in cui si deve
operare un ginocchio con relativo sangue sparso e truculente scene in
caso di errore. Diceva: "mi faceva impressione, però giocavo lo stesso,
tanto era un gioco". Già, un gioco, peccato lo facesse a scuola. Che sia
uno dei nuovi corsi autogestiti dai ragazzi e rivolti a genitori e
insegnanti per far loro capire a cosa può servire internet?

Il fatto.
La Stampa. 10 dicembre 2011. "Spedizione" al campo rom, baracche a
fuoco. «Guai a toccare il quartiere. Qui la gente si ribella. Ma non
siamo razzisti. Il fatto è che non si può toccare una bambina di sedici
anni e farla franca. È disumano. Rom o non rom non si fa». Per un giorno
intero, ieri, i ragazzi del quartiere Vallette hanno ripetuto queste
frasi nei bar, aspettando il corteo contro la violenza.
Poi
però la rabbia ha preso il sopravvento. La caccia è scoppiata lo
stesso, prima che si conoscesse la verità. E cioè che la violenza
sessuale era soltanto il frutto della fantasia di una ragazzina
impaurita, che adesso sarà denunciata per simulzione di reato. Una bugia
escogitata per coprire un rapporto consenziente con un ragazzo più
grande.
Ieri
sera alcuni ragazzi hanno dato a fuoco alle baracche della Continassa.
Il corteo, organizzato come segno di solidarietà, è sfuggito al
controllo. Alcuni abitanti si sono vendicati dando fuoco alle baracche.
Due manifestanti sono stati arrestati. «Un linciaggio inammissibile nei
confronti di persone estranee ai fatti, colpite solo perché straniere»,
dirà in serata il sindaco Fassino - È dovere della nostra comunità
respingere chi vorrebbe precipitare la vita della nostra città
nell’intolleranza, nell’odio e nella violenza».
Commento.
Riprendo un articolo di Elisabetta Rotriquenz dal titolo "Aggressività e
violenza: quali sono le cause che le determinano?" pubblicato in
www.tiscali.it del 2 dicembre 2011.
Ogni
giorno assistiamo attoniti ad episodi di violenza che lasciano senza
parole. Perché si concretizzano così tanti atti di irruenza? Gli
psicologi studiano l’aggressività per cercare di capirne le origini.
Alcuni studiosi affermano che l’aggressività è solo un tipo di
comportamento influenzato dalle norme e dalle regole di ogni cultura. In
quest’ottica la violenza dei gruppi giovanili va calata nel contesto di
regole e norme che essi considerano appropriate al comportamento. Le
ricerche hanno dimostrato che, ad esempio, i membri di una banda
commettono atti aggressivi quando questi sono visti come “la cosa giusta
da fare” in una data situazione (Moghaddam, 2002).
Secondo
la teoria dell’apprendimento sociale, il comportamento viene appreso
attraverso l’osservazione, l’imitazione, le ricompense e le punizioni
che riceviamo, mettendo in luce la parte appresa del comportamento
aggressivo. In tal senso i mass-media, in particolare la televisione,
sono una fonte di modelli per i bambini. Se ad esempio un bambino vede
l’eroe di un cartone o di un telefilm che picchia e uccide una banda di
persone che lo minacciano, poi potrà valutare di usare quel copione come
guida per il proprio comportamento nelle situazioni in cui gli pare
appropriato.
La
valutazione su ciò che è giusto o meno fare dipende anche
dall’educazione e dalle spiegazioni che i genitori danno ai figli
riguardo a determinate scene di violenza (Moghaddam, 2002). Rimanendo
sempre nell’ambito della famiglia, in genere i bambini fisicamente
aggressivi hanno avuto genitori fisicamente punitivi che hanno impartito
loro la disciplina mediante un modello aggressivo, con urla, schiaffi e
percosse. Questi genitori hanno spesso avuto a loro volta genitori
fisicamente punitivi. Tale comportamento punitivo può giungere fino al
maltrattamento e, sebbene la maggior parte dei bambini maltrattati non
sviluppi comportamenti criminali o non si trasformi in un genitore che
maltratta i propri figli, il 30% finisce per adottare comportamenti
violenti (Myers, 2009).
Anche
l’eredità genetica influenza la sensibilità del sistema neurale alle
sollecitazione aggressive. Il nostro temperamento, ossia il nostro
livello di intensità e di reattività emotive, ci viene in parte donato
alla nascita ed è influenzato dalla reattività del nostro sistema
nervoso. Il temperamento di un individuo osservato durante l’infanzia di
solito perdura anche in età adulta. Un bambino non aggressivo a 8 anni
sarà molto probabilmente anche a 50 anni un uomo non aggressivo (Myers,
2009).
L’aggressività
può anche essere stimolata dall’ambiente (caldo, rumore,
sovraffollamento e inquinamento). Il fattore climatico più irritante è
il caldo e le persone possono diventare più nervose quando il tempo è
afoso. Il disagio connesso a una temperatura climatica elevata alimenta
direttamente l’aggressività? Sebbene la conclusione possa essere
plausibile, la correlazione tra temperatura e aggressività non
costituisce una prova.
La
presenza di alcuni composti chimici nel sangue può essere un altro
fattore che influenza la sensibilità neurale alla stimolazione
aggressiva. Molte ricerche indicano che il consumo di alcol scatena
l’aggressività quando gli individui vengono provocati. L’alcol
incrementa l’aggressività riducendo l’autoconsapevolezza delle persone e
la loro capacità di valutare le conseguenze; infatti esso funziona da
disinibitore, in altre parole riduce le nostre inibizioni sociali.
Pertanto, sotto l’influsso dell’alcol, emergono con più forza le
tendenze primarie di una persona, per cui chi è portato a mostrare
affetto diventerà più espansivo e chi tende alla violenza diventerà
aggressivo. Analogamente, dopo l’ingestione di alcol, le persone che
sono soggette alla pressione sociale verso l’aggressività o che sono
frustrate o provocate, avvertono minori restrizioni o inibizioni a
commettere atti violenti (Aronson, Wilson e Akert, 2010).
Altri
ricercatori sostengono che la frustrazione, cioè qualsiasi cosa che
impedisca di raggiungere uno scopo, evoca uno stato di istigazione ad
agire in maniera aggressiva e che l’aggressività è sempre preceduta da
un qualche tipo di frustrazione. Non è detto che l’energia aggressiva
esploda direttamente contro ciò che l’ha originata. Secondo il
meccanismo della dislocazione, si impara a inibire le ritorsioni
dirette, soprattutto quando altri potrebbero disapprovarci o punirci, e a
trasferire l’ostilità dislocandola su bersagli più sicuri.
D’altra
parte quando una persona cova ira o rancore a causa di una precedente
provocazione, persino un’offesa insignificante può innescare un’azione
dirompente eccessiva. Questo fenomeno di aggressività dislocata aiuta a
comprendere perché una persona precedentemente provocata e ancora in
preda all’ira, una volta alla guida della sua auto, potrebbe rispondere a
gesti o a comportamenti lievemente offensivi di altri guidatori con
vere e proprie reazioni di rabbia intensa e con gesti sconsiderati
oppure compiere atti violenti in seguito a lievi critiche da parte del
coniuge (Myers, 2009). Molti sono gli studi in corso in questo campo, ma
non dimentichiamo che spesso la violenza genera altra violenza.

Istat. 29 novembre 2011.
Il cellulare è il fedele compagno della maggioranza di bambini e i
ragazzi italiani, ma si diffonde l'uso del pc e di Internet e cala il
consumo di televisione. Però un bambino su quattro è figlio unico: sono
alcuni degli elementi più interessanti del Report 2011 su Infanzia e
vita quotidiana realizzato dall'Istituto nazionale di statistica in
collaborazione col Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Molti
i cambiamenti che interessano i nuclei familiari nel nostro Paese,
secondo gli estensori del report, in particolare «il calo della
fecondità, il progressivo inserimento delle donne nel mercato del lavoro
e l’aumentata instabilità coniugale». Da questi mutamenti conseguono i
cambiamenti nella vita familiare di bambini e ragazzi. Per esempio, dal
1998 al 2011, diminuisce dal 40,5% al 28,7% la percentuale di minori con
padre occupato e madre casalinga: bambini e ragazzi con ambedue i
genitori occupati sono ormai la maggioranza (41,5%, ma solo il 24,3% al
Sud) ma va anche notato come, tra 2008 e 2011, a causa della crisi
questa percentuale sia scesa (era 43,8% nel 2008).
Sono
soprattutto i nonni ad occuparsi di questi minori quando i genitori
sono al lavoro: il 66,4 % di bambini fino ai 13 anni è infatti affidato a
loro.
Aumentano,
come detto, i figli unici: tra il 1998 e il 2011 salgono dal 23,8% al
25,7% (al Nord si va oltre il 30%), quelli con due o più fratelli
diminuiscono invece dal 23,1% al 21,2% (stabili al 53,1% coloro che
hanno un solo fratello). Inoltre, raddoppia il numero di minori che
vivono con un solo genitore: dal 6% del 1998 al 12% del 2011,
soprattutto a causa dell'aumento di divorzi e separazioni.
Le
nuove tecnologie la fanno da padrone nella vita di bambini e
adolescenti, «con significativi impatti sulle dimensioni delle relazioni
sociali, dell’apprendimento, della fruizione culturale e del gioco». In
dieci anni, nella fascia 11-17 anni, è raddoppiata la percentuale di
chi usa il cellulare (dal 55,6% del 2000 al 92,7% del 2011). Nel 2011 il
67,3% dei bambini e ragazzi di 6-17 anni utilizza il cellulare e il
56,4% ne possiede uno tutto per sé (soprattutto femmine: 57,6%, contro
55,3%).
L'uso
più propriamente telefonico è ormai in secondo piano: crolla dal 20,3%
al 3,9% la percentuale di 11-17enni che usano il cellulare solo per
telefonare. Si usa invece, tra le altre cose, anche per giocare, mandare
messaggi, fare e ricevere foto, ascoltare musica, navigare su Internet.
Dal
2001 al 2011 aumenta la quota di bambini e ragazzi tra i 3 e i 17 anni
che usa il pc (dal 55,8% al 62,1%). Anche l’uso di Internet è cresciuto,
passando tra i bambini e i ragazzi di 6-17 anni dal 34,3% al 64,3%.
L’uso del pc aumenta col crescere dell’età: tra i bambini di 3-5 anni
solo il 17,7% usa il pc, tra i 6 e i 10 anni oltre la metà dei bambini
(56,7%) lo fa, tra gli 11 e i 13 anni l’80,2% e tra i 14 e i 17 anni
l’88,4%.
L'ingresso
delle nuove tecnologie nella vita dei minori italiani fa perdere
terreno al totem domestico per eccellenza, la televisione. Infatti, i
bambini e i ragazzi che usano tv, radio e pc «leggono di più nel tempo
libero, vanno più frequentemente al cinema, praticano di più sport». E
trascurano la tv: infatti, tra chi usa tv, radio e pc, la quota di
coloro che guardano la tv 3 ore o più nei giorni non festivi passa dal
42,7% del 2005 al 33,2% del 2011, mentre tra i ragazzi che guardano solo
la tv la quota passa dal 44,3% al 41,6%.
Nell'ambito
del gioco, videogiochi e computer non scalzano ancora i giocattoli
tradizionali dalle preferenze dei bambini più piccoli. Se infatti cresce
la quota di bambini di 3-5 anni che usano videogiochi e computer per
giocare (dal 19,6% del 1998 al 24,1% del 2011 per i maschi e dal 6,7% al
15,9% per le femmine), bambole, automobiline e trenini resistono. Nella
fascia 6-10 anni, per i maschi regna quasi incontrastato il pallone
(74,2%) seguito dai videogiochi (65,8%), per le femmine invece
prevalgono il disegno (77,7%) e le bambole (67,6%). Si gioca soprattutto
a casa (per il 98,1% nella fascia 3-10 anni è il luogo ludico per
eccellenza), ma col variare dell'età si aprono gli spazi dei cortili,
dei giardini pubblici, degli oratori. Rispetto al 1998 cresce la quota
di bambini di 3-10 anni che giocano con i genitori, con i nonni e con i
coetanei. Nei giorni feriali la quota di bambini che giocano con la
madre passa dal 32,4% al 57,8%, con il padre dal 22,5% al 46,2%; nei
giorni festivi la quota di chi gioca con la madre passa dal 40,5% al
64,6%, con il padre dal 39,9% al 60,6%.
Infine,
tra gli elementi da segnalare del report Istat c'è sicuramente la
diminuzione, nell'arco di tempo 1998-2011, della percentuale di bambini e
dei ragazzi tra 6 e 17 anni che riceve regolarmente la “paghetta” dai
genitori: dal 35,1% al 25,6%. Forse non a caso, la diminuzione più forte
è registrata tra il 2008 e il 2011. Aumenta invece in modo più evidente
la quota di quelli che non ricevono mai denaro: dal 30,2% del 1998 al
37,4% del 2011.
Nelle
conclusioni, gli estensori del rapporto annotano come permangano «le
differenze territoriali e sociali», tanto che esistono «segmenti di
bambini con minori opportunità di altri o addirittura esclusi: ad
esempio, l’87,9% delle famiglie con minori del Nord-ovest possiede un pc
e il 77,3% possiede una connessione a banda larga; nelle Isole le quote
scendono rispettivamente al 77,5% e al 58%». Ma, aggiungono, conforta
scoprire come, anche in presenza di forti disuguaglianze, la riduzione
del gap sia stata «maggiore negli ultimi anni, soprattutto nel rapporto
con le nuove tecnologie, segno che i nuovi comportamenti cominciano a
rompere, almeno parzialmente, anche le barriere sociali e territoriali».
L'indagine
è stata condotta mediante interviste faccia a faccia nel mese di marzo
2011. Il campione ha incluso 20 mila famiglie per un totale di circa 48
mila individui. Le famiglie con minori intervistate sono state 5.066,
per un totale di 7.880 bambini e ragazzi di 0-17 anni.
Il testo completo del report 2011 Infanzia e vita quotidiana (file pdf)

Leggo e riporto questo bell'articolo di Gilberto Borghi, pubblicato l'8 dicembre 2011 in www.vinonuovo.it .
Qualcuno
direbbe che la questione scotta. Per i miei ragazzi è una questione
molto tranquilla. Il problema non esiste proprio. "Se una sera trovi una
che ci sta, mica ti fai problemi se ce l'hai o non ce l'hai". E' una
seconda classe, mediamente 15 anni. E l'idea che i nostri figli a 15
anni abbiano già in mente una sessualità così, non mi piace molto.
Magari mi dico che raccontano queste cose per esagerare e farsi grandi
davanti agli altri. In parte è così. Ma in parte sono sinceri e la loro
esperienza precoce e ingenua, mi lascia davvero un po' male.
Il
profilattico, questo sconosciuto. Anzi, no. Conosciutissimo e ritenuto
semplicemente inutile. Paradossalmente questi teen-ager sono più
adeguati, nei loro comportamenti, a quanto chiede la Chiesa sull'uso del
profilattico, che non le generazioni precedenti. Ma lo fanno a partire
da una idea che è mille volte più lontana, dalle posizioni delle Chiesa,
di quanto non lo sia chi dice che va usato per tutelarsi.
E
la questione è sta proprio qui. Tutelarsi. Preservarsi. (non a caso
preservativo) Da chi? Da cosa? Dal virus? "Ma io ci sto attento, mica
vado con tutte, e prima gli chiedo se posso essere sicuro". L'ingenuità
di Matteo è disarmante!! Ma temo abbia una ragione, un motivo. In fondo
perché tutelarsi? Perché evitare rischi quando il solo fatto di
respirare, di mangiare, di camminare per strada, di uscire una sera con
amici, sono già luoghi di rischi enormi per la propria vita? Gli
adolescenti estremizzano, è il loro mestiere. Ma estremizzano un dato
vero. Tutelarsi da cosa, se vivere è diventato rischioso fin dal
respirare aria che non ti fa bene?
La
logica che seguono è feroce e conseguenziale. "Ma prof. mica vorrà dire
che dovrei dire di no a una, se te la da? Con o senza preservativo io
non dico di no ad una roba del genere. Ogni lasciata è persa". E le
femminucce non sono da meno di Matteo. "Ma prof. se una sera ti prende
così, va bhè si può fare, mica ti devi sposare con lui. E poi è un modo
per scoprire com'è, per me, fare sesso. Dovrò imparare, no?" La vita
vale per le possibilità di emozioni e di esperienze possibili. Il resto è
noia.
Se
questo è il contesto, la questione dell'uso o no del profilattico si
illumina di ben altro rispetto ad un problema di significati unitari
della sessualità. In gioco c'è il senso della vita: la percezione
inconsapevole, ma profonda, che vivere non ha destinazione, non ha
obiettivi oltre il presente. E d'altra parte gli stessi adulti hanno
impiantato un modo di stare al mondo dove il tempo è reale (vale solo il
presente) e lo spazio è virtuale (il contesto è solo creazione
mentale), rovesciando ciò che la realtà invece continua a farci vivere.
Uno stile in cui lo spazio per le generazioni future non c'è, e chi ora
occupa la società si guarda bene dall'aiutare l'inserimento di questi
ragazzi.
Allora
non mi stupisco se a questi giovani resta solo il presente e lo spazio
"standardizzato" delle istituzioni che cercano di "contenerli": casa,
scuola, chiesa, discoteca, o qualsiasi altro contenitore sociale. In una
situazione del genere le occasioni di "avere senso" sono miracoli,
straordinarietà incredibili, che non possono essere perse per nessun
motivo. Perciò non si può dire di no ad un rapporto occasionale, solo
per un ipotetico virus. Men che meno perché quel rapporto, per essere
vero, avrebbe bisogno di tempo virtuale (un progetto di vita) e di
spazio reale (una casa per condividersi). Semplicemente per loro questa
possibilità di senso non esiste.
Per
ricucire questa distanza abissale tra il vissuto sessuale di queste
generazioni e la prospettiva cristiana la strada è lunghissima. E non
sono convinto che il punto di partenza sia quello di spiegare il valore e
il senso dell'atto sessuale in quanto tale, secondo la prospettiva di
fede. Prima di questo si deve ricucire un vissuto "a brandelli" che li
porta a sentire la vita come una semplice somma di momenti fini a sé
stessi, senza una prospettiva unitaria realmente possibile.
"Ma
se non posso fare quello che desidero, come faccio a credere in un
progetto per la mia vita?" Matteo, alla fine, riesce a cogliere che a
generare questa situazione di vita spezzettata, in cui "l'utilizzo"
sessuale degli altri è normale, è proprio il blocco dei propri desideri.
L'impossibilità di vedere una prospettiva futura reale impedisce loro
di "sentire" che hanno un futuro, che il loro desiderio è possibile. E
il presente che gli resta va "derubato" di tutto il sapore che ha,
perché è l'unico spazio reale che gli resta. Perciò, invece di educarli a
chiudere i propri desideri, dovremmo aiutarli ad ripristinare la
possibilità per loro di rendere il proprio desiderio qualcosa di
realizzabile davvero.
E
allora il profilattico diventa è una metafora. Una membrana che
conserva, tutela, le proprie potenzialità di vita, in un mondo che non
gli lascia lo spazio di cui hanno diritto. Chi lo usa crede ancora che
la vita possa avere un futuro, e per questo si conserva. Chi non lo usa,
non ci crede più. Siamo al paradosso.
Leggo e riporto questo bell

Le
associazioni sono un motore di sviluppo del welfare e protagoniste dei
processi di cambiamento e riorganizzazione che stanno caratterizzando il
sistema di protezione sociale del Paese. In forza della loro natura
privata e del loro fine sociale, le associazioni di famiglie sono
particolarmente adatte a svolgere le funzioni di innovazione del sistema
dei servizi psicosociali, perché esse incorporano per definizione
un’attenzione ai bisogni, una esperienza attiva, il senso
socio-culturale dell'accoglienza di minori.
Tuttavia,
anche per il mondo delle associazioni di famiglie accoglienti è valida
la massima di Christopher Freeman secondo cui “non innovare è come
morire”. Bisogna evolvere sia come singole associazioni sia come
associazioni di secondo livello (es. il CARE).
L’evoluzione
stessa dei bisogni richiede un costante sguardo sul cambiamento delle
problematiche sociali: la funzione innovativa delle associazioni non si
deve esaurire in un miglioramento di efficienza e qualità dei servizi,
ma deve soddisfare l’evoluzione dei bisogni operando per la prevenzione
(sul piano socio-culturale) e sulla tutela (sul piano attivo
dell'accoglienza, per dare una famiglia a chi non l'ha).
L’innovazione
evolutiva ha accompagnato fino ad oggi lo sviluppo delle associazioni
attraverso una costante sperimentazione di nuove attività e servizi,
mentre l’innovazione totale estende ulteriormente la funzione innovativa
delle associazioni rispondendo capillarmente alla prevenzione del
disagio minorile e soprattutto alle famiglie in condizione di
vulnerabilità sociale. E'
indubitabile che oggi in piena crisi economica le vecchie sicurezze che
tutelavano la famiglia vulnerabile vengono sempre meno e il welfare
stesso deve essere ripensato anche in funzione dei nuovi bisogni che
vanno affrontati in una prospettiva non solo assistenziale, ma anche e
soprattutto proattiva. E' indubitabile, inoltre, che facendosi
portatrici di questo tipo di innovazione, le associazioni e il CARE si
devono ricollocare con un modello di intervento che abbia una posizione
di avanguardia nei processi di cambiamento del welfare. Ma come?
L’innovazione
totale deve coinvolgere le associazioni che si occupano di accoglienza
familiare analizzando e realizzando una serie di fattori distintivi
entro un medesimo paradigma:
- “Learning
organizations”, associazioni che evolvono attraverso trasformazioni
continue e che dispongono di meccanismi e modelli organizzativi che
promuovono l’apprendimento operativo dei soci (seminari, gruppi di mutuo
aiuto, ecc.).
- Lo stile
di management che deve essere di tipo organico con un coinvolgimento
mediamente elevato dei soci sia nelle decisioni organizzative che in
quelle strategiche. Questa condizione è quella che favorisce
maggiormente l’emersione delle cosiddette “strategie emergenti” che
costituiscono uno dei motori più importanti dell’innovazione in ambienti
a elevato tasso di incertezza. In questo processo sono favorite le
associazioni o i gruppi di piccole dimensioni in modo da favorire la
trasmissione dei principi evolutivi.
- Le
associazioni devono massimizzare all’interno dei processi decisionali
quelle che gli studiosi di imprenditorialità definiscono “differenze
cognitive”, ossia modi differenziati di rappresentare la realtà e le
opportunità di sviluppo dell’associazione attraverso una più elevata
differenziazione dei portatori di interesse. Il questo caso bisogna
puntare ad associazioni che siano più ampie tematicamente e con maggiore
liquidità culturale (genitorialità complessa e accoglienza familiare,
piuttosto che affido e ad adozione in senso stretto. Bisogna favorire
l'ampiamento culturale ed operativo restringendo l'attività a gruppi non
troppo numerosi per determinare un affiatamento costruttivo reciproco).
- Le
associazioni devono caratterizzarsi con una forte apertura della rete
interorganizzativa e da processi di partnership tra le singole
associazioni e con altri soggetti. Questo è uno dei compiti precipui
delle associazioni di secondo livello (ad es. il CARE).
- Le
associazioni di secondo livello devono cambiare mentalità dialogando con
le associazioni su una base documentale e non sulle le opinioni dei
delegati o dei presidenti. Questo è uno dei passaggi più difficili,
appunto, perché presuppone un cambiamento di identità, tipica dei
manager, ed è virtù poco praticata tra i volontari, notoriamente a forte
carica autoidentitaria.

Sono
stato invitato da un amico a partecipare ad una riunione di scambio di
esperienze tra associazioni che si occupano dei problemi della famiglia,
dei figli e della scuola. Il luogo era ameno, una tranquilla ed operosa
cittadina della bassa mantovana, tra odori vaghi di stalle e brume
dense. Un ambiente ovattato, dolce, reso più amabile da uomini pratici
dalle mani spesse e da donne dai fianchi larghi che sapevano custodire
la famiglia. Un'esperienza interessante di testimonianza di impegno
civile e di socialità genuina. Il dopo cena si avviava al torpore
favorito dal vino e dal buon semplice cibo, quando d'incanto si accende
una discussione che palesa grande preoccupazione su come affrontare
l'esplosione adolescenziale verso il sesso dei figli.
In
un attimo la serata si è animata: alcuni invocavano un corso di
educazione sessuale nella scuola in quanto si ritenevano incapaci a
spiegare ai figli cosa stava loro accadendo; altri erano dell'opinione
che forse sarebbe stato meglio lasciare che i figli si educassero da
soli nell'ambito del gruppo di amici; altri ancora erano per dare loro
spiegazioni molto edulcorate a base di pisellino e patatina. Insomma un
caos interpretativo che scaturiva da gente che aveva vissuto con i figli
la riproduzione animale nelle stalle e nei pollai, ma che erano
perplessi di fronte all'esposizione dei mezzi di informazione, ricchi di
messaggi diversi e di difficile collocazione nel vivere quieto e
naturale del sesso ruspante e concreto della bassa padana. Chiedono lumi
a me che sono professore e cittadino, quasi che io potessi aggiungere
qualcosa alla loro naturale e spontanea saggezza senza artificiosità
tantriche o alchimie da pillole blu.
Dato
che avevo guardato le statistiche nazionali sui costumi sessuali di
adolescenti (vedi post precedente), ho tentato una discussione sulla
pratica del sexting. Ne ho ricevuto risposte evasive nel senso che
nessuno era al corrente di questo costume e nessuno si era preoccupato
di indagare su questo argomento con i loro figli. Anzi, hanno subito
stigmatizzato le ragazze più emancipate della scuola e dei ragazzi
troppo bulli. Quasi che il problema, la conoscenza esplicita dei costumi
sessuali dei giovani in era tecnologica, non fosse materia adatta ai
loro figli. Eppure, data l'età dei genitori, non dovevano aver
dimenticato come loro si erano avvicinati per la prima volta al sesso.
Una mamma ha raccontato scandalizzata di aver sentito per caso una
conversazione tra i ragazzi e ragazze sulle dimensioni del pene e sulla
convinzione che la verginità si perdeva solo con un pene di almeno 16 cm
(immagino con lo scatenamento della curiosità di andare a prendere le
misure del pene di interesse personale!) Ovviamente tutti si sono
guardati bene dal fare cenno anche alle variabili delle pratiche
sessuali dalla masturbazione alle posizioni, alla pratica del sesso
orale ed infine a quella di gruppo. Pratiche peraltro note anche nella
bassa pianura, ma avvinte da costumi privati innominabili e se praticati
del tutto collocati nella sfera adulta.
Eppure
televisione, giornali, riviste varie (quelle che si trovano da
dentisti e parrucchiere) sono pieni di situazioni tra l'esplicito e
l'allusivo. Ieri l'altro dal dentista mi sono letto su una rivista
femminile patinata e seriosa tutte le lettere e le risposte del
ginecologo, dell'andrologo, dello psicologo, dell'esperto della vita
intima di coppia. C'era tutto, ben scritto con i termini appropriati,
con i consigli di come portare al piacere il partner, come farlo, quando
farlo, perchè farlo. Tutte letture alla portata di chiunque sappia
leggere e che viva il mondo. Tutti affermavano, giustamente, che quel
che capita nella camera da letto tra persone consezienti è solo affar
loro. Dobbiamo pensare che i nostri figli non siano interessati a queste
letture e a queste affermazioni di intima libertà condizionate dal
libero arbitrio? Idem per quanto riguarda internet, e non parlo di siti
pornografici, ma di normali siti di informazione.
Un
bell'articolo di Chiara Saraceno, una sociologa davvero attenta ai
problemi della famiglia e di cultura internazionale, ha spazzato via
ogni mio dubbio interpretativo (vedi: Saraceno 2-12-2011).
Bisogna essere chiari, non è necessario un esperto, si devono dire le
cose come stanno, senza esaltare i pericoli e senza nascondere i
piaceri. Fanno parte della vita, come l'educazione alimentare e l'igiene
personale. L'obiezione è: sì sono d'accordo, ma non a questa età! La
risposta è: se non ora, quando? Quando ne sapranno più di noi e ai
nostri tentativi imbarazzati ci guarderanno come un residuo di storia in
bianco e nero della TV?
Limitiamoci
ai fatti: una volta raggiunta la pubertà, cosa che in media avviene tra
gli 11 e i 16 anni, i giovani sono in grado di procreare, ovvero di
concepire figli attraverso un rapporto sessuale. Se un evento del genere
nel passato poteva essere considerato normale, oggi non è più
accettabile; a quell’età si è troppo giovani per essere genitori in un
contesto sociale del tutto diverso. L'età per divenire genitori nella
nostra società, come sappiamo, si è spostata molto avanti, addirittura
troppo nelle società più avanzate.
L'adolescenza
è un'età da tutti considerata critica, che segna il passaggio fisico da
bambini ad adulti (consapevolezza emotiva e psichica, di solito, si
strutturano successivamente alla capacità fisica di svolgere l'atto
sessuale). In questo particolare periodo della vita, la tempesta
ormonale influenza fortemente la psiche che, il più delle volte, si
trova impreparata a gestire la situazione. Vivere la pubertà oggi non è
affatto più semplice che ai nostri tempi, i giovani sembrano più
disinibiti e tranquilli nei confronti del sesso, ma sono molto spesso
ignoranti e spaventati tanto, se non più, di quanto non lo fossero i
ragazzi ben oltre 25 anni fa.
Magari
fare sesso a scuola per far vedere alle compagne che si è in gamba e
all’altezza, è un fenomeno recente, ma i giovani di oggi hanno altre
paure: di innamorarsi, di lasciarsi andare alle emozioni o di soffrire e
vivono una sessualità più cinica, più calcolatrice, talora anche più
mercenaria, che spesso non consente loro di scoprire veramente cosa
significhino i sensi e la ricerca di quella espansione coscenziale cui
il piacere può condurre. Vivono fortemente la disgiunzione tra
affettività e sesso propria della nostra società: esplorano i due campi
in modo disgiunto, proprio come fanno in genere tanti aldulti. La
società è permeata da questi segnali di costume, che tuttavia negli
adolescenti possono portare ad una focalizzazione comportamentale di
disgiunzione prima che abbia luogo l'affermazione della coscienza del
sé, che notoriamente inizia a formarsi in questa età, ma si completa
molto più tardi.
Se
ai ragazzi una volta si diceva “lo devi fare solo con la persona con la
quale ti vuoi impegnare seriamente”, oggi si dice “non ti devi
impegnare con il primo con cui vai a letto”. I ragazzi, ovviamente,
eseguono alla lettera. Sono entrambe raccomandazioni assurde, ma nessuno
che dica loro quanto sia importante ascoltare se con una persona si
riesce ad essere se stessi, se esistono una comunicazione e un'intesa
profonda che dal fisico passa al mentale e all’emotivo, oppure se è solo
uno sfogo o peggio un abitudine o una posa o un bisogno di mostrarsi
agli altri.
Ha
ragione Chiara Saraceno: l'educazione sessuale non è nel Kamasutra, ma
nell'educazione al donarsi in una affettività completa. E questa è
materia della famiglia, sia nella città che nelle campagne.
Il fatto.
Torino, 6 dicembre 2011. (Adnkronos) - La violenza sui minori: come
vederla, riconoscerla e porvi rimedio e' l'argomento del convegno ''Io
ti vedo. Infanzia abusata e maltrattata'' in programma oggi e domani al
Sermig di Torino.
L'appuntamento
e' organizzato dall'Azienda Ospedaliera Oirm Sant'Anna di Torino e
dalla Pediatria d'Urgenza (Ambulatorio ''Bambi'') dell'Ospedale
Infantile Regina Margherita del capoluogo in collaborazione con Anpas
(Associazione nazionale pubbliche assistenze) e Croce Verde Torino. "Gli
abusi e i maltrattamenti sono forti esperienze traumatiche per chiunque
ne sia colpito, ma soprattutto nei bambini - spiega il presidente del
convegno e direttore della Pediatria d'Urgenza del Regina Margherita,
Antonio Urbino - possono provocare, se non opportunamente curate, gravi
conseguenze psicopatologiche e fisiche nell'eta' adulta".
Sensibilizzare
i cittadini e le istituzioni in proposito, nonche' formare
adeguatamente coloro che per il tipo di attivita' svolte possono
trovarsi di fronte a eventuali casi di sopraffazione nei confronti di
minori - come volontari, soccorritori, operatori delle scuole d'infanzia
o le forze dell'ordine - sono i principali obiettivi del convegno ''Io
ti vedo''. "In questo congresso - aggiunge la responsabile
dell'Ambulatorio ''Bambi'', Fulvia Negro - vogliamo fornire degli
strumenti a chiunque si trovi a contatto di un bambino abusato o
maltrattato che aiutino a riconoscere il problema e ad attivare le
strutture adeguate".
Commento.
Segnalo questo convegno perchè è, a mio avviso, giustamente impostato
perchè la vigilanza sia di tutti, non solo per gli addetti ai lavori (ai
quali spetta l'intervento). Una conferma a quanto ho espresso nei post
precedenti sull'abuso infantile.

Il fatto.
Sono poche righe secche in una manovra sterminata. Bastano per
cancellare anni di lavoro. L’Agenzia per il Terzo Settore, l’Agenzia per
la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, l’Ente nazionale per
il microcredito e l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza
vengono soppresse, recita il provvedimento. Per l’ente che doveva
occuparsi di minori è una fine inaspettata e decisamente prematura ma
soprattutto un insieme di paradossi e situazioni al limite del surreale.
Commento. Possiamo solo sperare in un ripensamento in termini di authority onoraria, senza compenso, volontaria. Cosa lo vieta?

Il fatto.
Torino. 05 Dicembre 2011. Il capogruppo Pedrale annuncerà domani il
provvedimento della maggioranza. “Temi importanti, ma di cui occuparsi
senza ulteriori costi”. All’indomani della manovra varata dal premier
Mario Monti, anche a Palazzo Lascaris s’inizia a tagliare qualche ramo
secco. Domani, in una conferenza stampa ad hoc, il capogruppo del Pdl
Luca Pedrale annuncerà la proposta di legge per abolire i garanti
regionali per l’infanzia, gli animali e le carceri. Un
provvedimento che farà «risparmiare dai 500 mila euro in su, senza
trascurare temi comunque importanti». Prosegue Pedrale: «La Regione è
dotata di osservatori e consulte che possono farsi carico di questi
temi, evitando la moltiplicazione di enti e costi».
Commento.
La presenza di un garante dell'infanzia è fondamentale per porre i
problemi dei bambini nel giusto rilievo sociale. I politici confondono
la distribuzione delle poltrone con l'agire sociale. Confondono,
inoltre, l'autorevolezza del garante con la collocazione politica.
Rimango
sorpreso dagli esiti di nomina di alcuni garanti regionali, come ad
esempio nell'Emilia-Romagna. La figura di Luigi Fadiga, persona nota e
di competenza nel campo dei diritti dell'infanzia, non può essere
mercanteggiata con voti a favore e voti contrari o nulli quasi fosse la
nomina di un presidente di un qualsiasi ente locale. La forza di una
nomina di un tecnico al di sopra della collocazione politica non può
essere svilita da dissenso, pena lo svilimento e il non riconoscimento
della autorevolezza della figura stessa. A meno che, ovviamente, non si
abbia a proporre un'altra persona ritenuta più preparata e adatta.
Quanto
proposto per il Piemonte dal capogruppo Pedrale non è accettabile. E'
però facilmente risolvibile aggirando quello che sembra il nodo
principale. Che i garanti siano persone competenti, al di sopra delle
parti e ... volontari, ovvero non retribuiti ed assistiti per la parte
d'ufficio da una struttura amministrativa già esistente.

Bologna, 22 nov. - (Adnkronos)
- L'ex giudice minorile Luigi Fadiga e' il nuovo Garante regionale per
l'infanzia e l'adolescenza. Lo ha nominato l'assemblea legislativa
dell'Emilia Romagna al termine della votazione in aula che ha registrato
34 voti a favore, 9 schede bianche e 7 nulle. Fadiga e' stato dirigente
dell'Ufficio centrale per la giustizia minorile del ministero della
Giustizia.
Dal
1990 al 2000 e' stato presidente del Tribunale per i minorenni di Roma,
quindi dal 2001 al 2006 e' stato presidente della sezione per i
minorenni e per la famiglia alla Corte d'appello di Roma. Dal marzo 2006
ha avuto il collocamento a riposo con il titolo onorifico di presidente
aggiunto emerito della Corte suprema di Cassazione.
Dal
1999 al 2010, come professore a contratto, ha tenuto corsi di Diritto
minorile alla facolta' di scienza della Formazione dell'Universita'
Lumsa di Roma. Ha partecipato a numerosi congressi, seminari e gruppi di
studio nazionali e internazioni in qualita' di docente o di relatore e
ha svolto incarichi internazionali, in particolare sul tema
dell'adozione internazionale. Fadiga puo' vantare, inoltre, una copiosa
produzione bibliografica, oltre a collaborazioni scientifiche,
attraverso articoli e saggi, con riviste specialistiche.

Il fatto. Da L'Espresso del 2 dicembre 2011, di Marco Esposito.
Quando i cittadini sono chiamati a compiere grandi sacrifici per sanare
il bilancio dello stato, sentire parlare di nuove poltrone o
dell'ennesima autority con ricco stipendio per il Garante annesso, fa
quantomeno storcere il naso. Eppure, l'ufficializzazione della nomina di
Vincenzo Spadafora come nuovo Garante Nazionale per l'Infanzia e
l'Adolescenza non ha sollevato alcuna polemica. Sia perché in questo
modo si colma un vuoto che l'Italia si portava avanti da molti anni, sia
perché il prescelto è uno di quei nomi in grado di mettere d'accordo
praticamente tutto l'arco parlamentare.
Giovane,
competente, e "sobrio" come è di moda in questo periodo, Spadafora è
Presidente dell'Unicef dal 2008. E' di origini partenopee, e chi gli è
vicino lo racconta come particolarmente attento ai diritti dei bambini
più indifesi: rom e stranieri. Una delle prime emergenze che Spadafora
assicura di affrontare sarà quella che riguarda appunto i bambini Rom,
il cui numero è ancora sconosciuto alle autorità italiane, ma un'altra
sfida che dovrà certamente affrontare riguarderà anche l'uso eccessivo
che i media hanno fatto delle immagini di minori coinvolti nei casi di
cronaca.
«La
legge che istituisce il Garante è una buona legge», spiega Spadafora,
«anche perché consente di prendere in esame, anche d'ufficio, situazioni
in cui sia possibile ravvisare la violazione o il rischio di
violazione, dei diritti dei bambini e degli adolescenti, anche
riferibili ai mezzi di informazione. Il Garante però coinvolge anche gli
organismi cui è attribuito il potere di controllo o di sanzione. In
questo modo il ruolo di garanzia dei diritti verrà svolto in uno spirito
di collaborazione tra le Istituzioni responsabile, rafforzando nei
fatti la tutela dei diritti».
L'ormai
ex presidente dell'Unicef ha "solo" 37 anni e, insieme al viceministro
del Welfare Michel Martone e al sottosegretario alla giustizia Andrea
Zoppini, rappresenta una parziale risposta a chi accusa l'Italia di
gerontocrazia. «Permettetemi di ricordare un vecchio adagio – risponde
un po' democristianamente Spadafora - Non basta essere anziani per
essere saggi, ma non basta essere giovani per avere ragione. Abbiamo
bisogno delle persone migliori che il nostro Paese è in grado di
esprimere, nei ruoli che possono fare la differenza. E' la qualità del
nostro agire a fare la differenza, non la nostra età».
Quel
che è certo di Spadafora è che riesce ad unire le forze politiche in
veri e propri "peana" bipartisan, come e meglio del presidente Monti.
Infatti, se il neo presidente del consiglio almeno formalmente può
contare sull'appoggio di tutto l'arco parlamentare con l'eccezione della
Lega nord, al neo garante per l'Infanzia riesce il miracolo di unire
tutti i partiti, "padani" compresi. Dalle entusiastiche parole dell'ex
ministro Maroni, fino agli auguri del sindaco di Firenze Matteo Renzi,
anima critica del Partito Democatico.
Insomma,
aspettative importanti in un momento in cui il rapporto tra cittadini
ed istituzioni sembra ogni giorno sul punto di entrare definitivamente
in crisi. E, con la politica che negli ultimi anni ha dilapidato il suo
patrimonio di credibilità, un ruolo chiave sembra essere affidato
proprio ai "tecnici". Esperti che, come sostiene qualcuno, potrebbero
aspirare ad avere un ruolo politico anche oltre la parentesi che il
governo Monti dovrebbe rappresentare.
Un
avvenire politico che molti rumors sembrano disegnare anche nel futuro
di Vincenzo Spadafora, per ora completamente concentrato per svolgere al
meglio il suo delicato compito: «I tecnici sono preposti alla
realizzazione, per questo spero che il nuovo governo possa realizzare le
misure previste dal Piano nazionale per l'infanzia e l'adolescenza
adottato pochi mesi fa. Il Piano contiene misure specifiche per la
povertà e l'esclusione sociale, problematiche sulle quali sarebbe
opportuno agire con determinazione. Un Paese capace di futuro legge le
risorse spese per l'infanzia e l'adolescenza come investimenti "non come
costi": è anche grazie a questo, a mio avviso, che l'Italia potrà
farcela».

Crescere
un figlio e poi separarsene è un dramma per la famiglia affidataria.
Anche se tutto era previsto, tutto era programmato, rimane un dramma ed
un dolore. Molte coppie dicono che questo evento è per loro tanto
difficile da pensare da non ritenere neppure possibile l'affido stesso.
Vivere il dolore e l'amore fa parte della vita. Pur nelle nostre
scariche abreative sui traumi del passato, si deve vivere al futuro,
perdonandosi sino al lecito per gli errori, ma ricordando il trasporto e
la passione vitale che ci ha accompagnato.
Ritengo
che la coppia affidataria debba prepararsi all'evento della separazione
in modo adeguato, non necessariamente e non solo, attraverso il racconto
di altre famiglie o attraverso l'aiuto di uno psicologo, perché questo
riguarda la punta dell'iceberg. Dobbiamo prepararci alla massa inconscia
che non si vede, che non si vuole sentire, che non vuole emergere a
causa del dolore che provoca. Bisogna svolgere una introspezione, più
inconscia che conscia, per dare modo, alla separazione di essere vissuta
con la giusta quota di dolore.
Per
iniziare questo percorso consiglio, letture e conversazioni, ma buona
cosa mi pare la visione di un bel film che scava nelle nostre
interiorità, con due storie ben dirette e assai capaci di far emergere e
di toccare il nostro profondo (o almeno così hanno fatto in me).
Film. Titolo: Café de Flore, Regista: Jean-Marc Vallée, anno: 2011 Trama.
Il film segue due storie parallele: una madre e il figlio affetto dalla
sindrome di Down ambientato negli anni sessanta, mentre la seconda si
svolge ai giorni nostri e racconta di una coppia.
Prima storia.
Montréal. Antoine è un uomo che ha tutto: una donna che ama fin
dall'adolescenza, due figlie bellissime, un lavoro da dj ad alti livelli
che asseconda la passione della sua vita: la musica. Un giorno, però,
Antoine rompe per sempre questo stato di cose e lascia la moglie per una
giovane donna, Rose, incontrata per caso. La ex non si dà pace, la
figlia maggiore neppure. La donna ha anche un incubo ricorrente: un
bambino che urla dal sedile posteriore della propria automobile.
Seconda storia.
Parigi. Laurent è un bimbo nato affetto da sindrome di Down, rifiutato
dal padre, e spinto oltre i propri limiti dall'amore immenso di
Jacqueline, madre testarda e tenace, che lotta quotidianamente per fare
di lui un bambino come gli altri. Ma è solo quando incontra Véronique,
una bambina down come lui, che Laurent trova il suo luogo naturale e si
lega a lei con una passione ferrea, che causa una gelosia violenta in
Jacqueline.
Se volete vedere il trailer del film, cliccate qui: http://www.mymovies.it/film/2011/cafedeflore/trailer/
Commento.
Il film di Jean-Marc Vallée è una riflessione sulla difficoltà di certe
separazioni, che contengono il dolore enigmatico e tragico di un lutto
ma, se negate, si risolvono spesso nel rifiuto di continuare a vivere,
per sé o per l'altro.
L'aspetto
più interessante per noi famiglie accoglienti è il suo creare nello
spettatore uno stato mentale ipnoidale, che lo disponga ad abbassare le
difese emotive e lo metta in sintonia con la materia di cui è fatto
questo film: ricordi, allucinazioni, emersioni incontrollate
dell'inconscio (sono quelle che, in altra chiave, ci accompagnano
durante l'affido). Per Jean-Marc Vallée, in fondo, la terapia passa
attraverso il coraggio di raccontarsi una storia, quella giusta, per
quanto dolorosa o incredibile possa sembrare a chi (la vede e)
l'ascolta.
Questo
scavare nel profondo a mio avviso predispone alla giusta ponderatezza,
alla consapevolezza del cammino fatto per quel figlio d'altri per
portarlo ad una autonomia di relazione solida, costruttiva per sé e per
la sua famiglia naturale, ora in parte recuperata.
Non si
tratta di fare previsioni del tipo "con noi comunque sarebbe stato
meglio", non lo sapete, solo lo desiderate, solo lo pensate con un
briciolo di orgoglio e di egoismo. Nell'affido il bambino è al centro
dell'operazione come al centro è il suo ritorno che non è una scelta di
opportunità, perché non è giusto "farne un figlio proprio". Si accoglie
per crescerlo per un po' e poi restituirlo, e questa è giustizia
sociale, è garanzia per il bimbo e per la sua famiglia naturale.
La nostra
restituzione, se ci sarà, sarà tardi, magari nel vederlo adulto
inserito socialmente e felice delle sue scelte. E ci deve bastare.
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