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Precisiamo
subito che le considerazioni che seguono non vogliono
stabilire
se è più brava la famiglia adottiva o la famiglia affidataria.
Ben stupida ed inutile sarebbe questa classifica! Vogliamo,
invece, considerare i due processi di solidarietà verso
i minori alla luce del fatto che hanno un ruolo sociale
importante, ma diverso e non sovrapponibile. Per fare una analisi di confronto
si deve partire dalla legge, ma anche dalla prassi e
dalle derive comportamentali che mezzi di informazione,
opinione diffusa e operatori talora compiono.
La
legge è molto chiara nel definire l'adozione e l'affido: nel primo caso il minore
diverrà di fatto figlio della coppia adottiva a tutti gli effetti, nel secondo
caso si chiede un intervento temporaneo di tutela con un lavoro per favorire
il rientro dal minore nella famiglia naturale.
Queste
definizioni lapidarie cozzano però contro una pratica e una realtà di situazioni:
-
grande numero di famiglie che chiedono l'adozione di minori in tenera età
-
grande numero di minori problematici (adolescenti, portatori di disabilità,
di etnie differenti, ecc.) in condizione di adozione che non trovano famiglia
adottiva;
- piccolo numero di famiglie affidatarie disponibili rispetto ai casi da risolvere.
Questo
stato di cose determina situazioni di deriva comportamentale
professionale/umana e per difficoltà oggettive nel provvedere alla tutela:
-
elevato numero di minori di età pre-adolescenziale e adolescenziale in strutture
protette con necessità di ricorrere a "sine die"(ovvero affido
di cui non si prevede a priori un ritorno nella
famiglia naturale);
-
elevato numero di casi di insuccesso dell'adozione e ritorno del minore
nel comparto dell'affido per garantirne la tutela;
-
elevato numero di coppie senza figli che si rivolge all'affido dopo aver
sperimentato con insuccesso la via della adozione;
-
operatori che, visto lo scarso numero di minori disponibili per l'adozione,
invitano impropriamente le coppie a convergere verso l'affido.
La
legge è chiara: compito primario degli operatori è
la tutela del minore. Il programma di tutela comincia con un approfondito esame della coppia che dovrà tenere il minore presso di sé
per sempre o per un periodo determinato. I parametri di selezione ai quali l'operatore deve fare riferimento
sono gli stessi sia per la coppia adottiva sia per quella affidataria:
- L'affettività
e la maturità affettiva, la risonanza emozionale dell'individuo, la capacità di tenerezza, di
comunicazione e di contatto.
- La capacità dell'individuo di interagire con il mondo esterno.
- La facilità ai
rapporti a qualsiasi livello di età.
- L'atteggiamento positivo verso le
cose nuove e la duttilità.
- L'autonomia intesa come raggiungimento della maturità sia nelle capacità
decisionali, sia nell'assunzione di responsabilità, ma soprattutto nella indipendenza
personale basata sull'autostima, che permette di difendere le proprie scelte.
Sia per l'adozione che per l'affidamento, l'operatore deve approfondire le
motivazioni alle due scelte differenti sul piano sostanziale e gestionale. Infatti,
se molte possono sembrare le analogie, in realtà sono profonde le differenze.
Mentre i genitori adottivi desiderano innanzitutto
un figlio "proprio", gli affidatari
si offrono per avere temporaneamente cura di un bambino. Il fine dell'affidamento non è quello di avere un bambino
"proprio", ma quello
di ricondurlo al suo nucleo originario,
dopo aver rafforzato e stimolato la sua personalità con un "rafforzamento dell'io" e avergli
dato l'apporto di identificazioni genitoriali positive o aver ottenuto un'effetto terapeutico.
Per poter ben operare gli affidatari debbono possedere una istintiva
fiducia nelle potenzialità
e nelle capacità di cambiamento di un bambino che ha sofferto, e saper creare con lui
un rapporto valido, ma non esclusivo (come invece si verifica con le adozioni). In questo senso
sono senz'altro da preferire per l'affidamento le famiglie con i figli propri a patto che la
decisione sia condivisa da tutti i componenti del nucleo familiare. Ai genitori affidatari si
chiede di fare semplicemente da papà e
da mamma temporanei, ma anche di avere una maturità sociale e una disponibilità
differente rispetto a quella che si riscontra nelle adozioni, nelle quali si lavora sul
senso innato di avere un figlio "proprio".
Continuando nelle analisi delle
differenze, se da una parte la coppia
adottiva deve sempre tenere presente che il figlio adottivo porterà con sé tracce
del trauma dell'abbandono, avremo per il bambino affidato quello dell'angoscia legata alla separazione, che non è mai definitiva e che si ripropone continuamente.
In ambedue le
forme di genitorialità non naturale, i nuclei familiari debbono essere capaci di accettare
il "passato" del bambino, precedente al suo inserimento in famiglia,
e debbono essere
capaci di rispettare la sua "storia", ma anche qui la differenza è enorme
perché mentre il "passato" dell'adottato è un evento concluso, il
"passato" di un bambino in affido rappresenta, in un qualche modo,
anche il suo futuro.
Agli
affidatari, come agli adottivi di minori grandicelli, si chiede di essere così equilibrati da saper sopportare
meccanismi regressivi, di rifiuto, di provocazione o di adattamento passivo del bambino
stesso. Agli affidatari si chiede anche di sopportare la contemporanea aggressività della famiglia di origine
e che sia consapevole del suo ruolo equilibratore,
in modo da consentire al bambino che ha accolto, la possibilità di
continuare ad accettare ugualmente le due famiglie, le due madri, i due padri,
senza sentirsi costretto a rifiutare una delle due per scegliere l'altra.
Negli
affidi e nelle adozioni, le maggiori
difficoltà sono legate alla previsione di quel che accadrà con l'ingresso del
minore nella nuova famiglia.
Per l'adozione il lavoro degli operatori si conclude con l'inserimento
definitivo del bambino (salvo esplicite richieste); per l'affìdamento
il lavoro continuerà perchè la famiglia affidataria dovrà essere seguita e sostenuta nel suo
compito.
Concludendo,
per le ragioni sopra riportate contestiamo quegli
operatori che con superficialità convertono le domande di adozione non esaudite, in domande di affidamento
familiare. Questa deriva professionale rimane quella che è: una operazione professionalmente
a rischio permeata di molte incognite. A nostro avviso, l'operatore potrà vagliare
questa ipotesi solo dopo aver compiuto attente valutazioni
in regime di eccezionalità di condizioni, con la consapevolezza
che quella famiglia andrà nuovamente e lungamente preparata
e poi seguita con un lavoro più attento del solito.
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